LE POESIE DI FABRIZIO ALFANO

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ROSEA PALUDE

Intima ed ilare in sgargianti sfumature,
nella palude della tua anima come spugna m'assorbo; 
tua calda e scivolosa saliva,
... stella cometa sulla mia pelle, 
astringe il sangue al desiderio rossiccio.

Voglia su voglia, brama rosea aurora,
infinito viaggio in caverne meticolose;
affilando le unghie con persuasione finissima,
ineccepibile letizia, prismatica suggestione.

Il tuo viso accanto al mio;
il verde dei tuoi occhi nel mio castano,
giochi d'iride e pupille, modellatrici d'emozioni,
stiliste d'impeccabili costumi, incantevoli ispirazioni,
colorate e mutevoli per una sola sbocciatura.
 


 
Trasmigrazioni primaverili

Sulle rive del tempo 
un muto brusìo sale su cime stellate,
aggrovigliato dalle reti di un inverno crudele
che a morsi stacca gli organi 
di anime bollenti e sgargianti;
vogliose, ansimano, 
desiderose di un bagliore perfetto
per un allungo maestro e prosperoso.
La primavera irrompe 
in uno squarcio indulgente,
lasciando slittare tenui profumi 
in cromìe puerili ed argentate,
come ragazzina sfuggente 
sedotta dall’eternità del mare.
Urta baratri e barriere come guerriera,
slega i miei arti ed abbandono ogni cupo appiglio;
arreso e senza indugi mi dono alla meraviglia,
in piroette poetiche e giuochi emozionali.
Sinuoso, seguo la scìa mutante 
che anima gli esseri e le cose,
vesto i panni del tutto e del niente 
con spontaneità e leggerezza.
La primavera è un sentiero, 
lo spogliatoio dello spirito,
dove migliaia di mani invisibili 
recingono i corpi in carceri sensuali e folli.
La primavera è innocente e proibita,
è dea tentacolare.
 
 
  

La musa carnale 
 
Dalle ilari ciglia ben composte, la tua bellezza si affaccia,
fatale si mostra, intonata ai miei occhi;
tra profumi di menta, unguento ed alloro,
... mi seduci armoniosa in un suono di Mantide;
nel tuo sguardo a sonagli fluisce l’assenzio,
un dogma ancestrale di erotiche sensazioni,
che come un sole violento, dardeggi fino a scoppiare,
e la mia ombra balbetta, perforata dalla luce.
Ti avventi sul mio corpo con la libertà del mare,
strappi sulla mia pelle le squame cattive,
scuoiando l’inferno che mi tiene prigioniero;
mi guarisci e poi mi uccidi, mi bevi e poi mi sputi.
Madornale il tuo canto di musa carnale,
nell’altrove ritrovi una veste nuziale,
ti agghiacci e ti infiammi in un delirio febbrile,
in te, un vino d’entità femminile, una libidine toccante, 
che in fili sottilissimi, mi rapisce, mi esalta e mi spazza vìa,
per rendermi ridicolo e migliore al prossimo giro;
sei donna e serpente, la mela deliziosa, 
fra le tue cosce mi rinvento, giocoliere e rapace,
in satire danze di calorosa bellezza.
 






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