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Come al solito, le vecchie mattonelle, presso la soglia, si mossero, causando un rumore sordo. Presi le sigarette sullo scrittoio e mi diressi verso il balcone‚ l'aprii. L'aria fresca della notte mi fece rabbrividire: sembrava autunno inoltrato, eppure eravamo al venticinque giugno.
Aspirai avidamente una boccata di fumo, fissando l'asfalto della strada sottostante, quella strada che mi aveva visto bambino, tutta lastricata di basalto, riscaldata dal sole della mia fanciullezza e percorsa dai pesanti carretti, che portavano famiglie intere di contadini in campagna. Avevo le lacrime agli occhi. Rientrai e cercai di dormire.
Un suono di campane accolse il mio risveglio: era domenica mattina e la casa era satura di sole. Sempre piena di gente era la mia casa, al centro di un piccolo universo creato da mio padre, un uomo dinamico, disponibile ed incredibilmente onesto. Nessuno pagava mai niente per i suoi piccoli servigi, ma a Natale ed a Pasqua avevamo tanta verdura che non sapevamo come smaltirla.
Era buona la gente del mio paese, semplice e modesta e sana. Quando mio padre era affacciato al balcone, tutti coloro che passavano gli davano cenni di saluto, per una sorta di rispetto. Volevo bene a quell'uomo burbero, che per moglie e figli aveva un amore incredibile. E pensare che volevano farne un prete e quasi ci riuscivano se non avesse dovuto osservare il voto di castità.
Certo, dovevano essere anni proprio difficili, con il lutto nelle case ed i paesi mortificati dalle macerie e dalla miseria. Si soffriva un disagio profondo, mentre una sorta di impotente rassegnazione spingeva la gente ad una vita assurda, dove il lavoro era l'unica ricchezza, che ti permetteva di sopravvivere. La vita era fatta di lunghe giornate nei campi, dove i contadini lavoravano dall'alba al tramonto e l'unico riposo veniva preso a settembre, alla festa della Madonna Addolorata.
Allo spuntare dell'alba, li vedevi tutti lì, in piazza, con mutandoni e maglie vecchie, ad attendere dal caporale l'incarico della giornata. Sereni, con la barba in viso e la zappa sulla spalla, erano pronti a sfidare i raggi del solleone, per poche centinaia di lire ed una porzione di pane biscottato, accompagnato da qualche buon pomodoro maturo.
Di domenica, c'era la partita a carte, presso l'unico bar del paese, dalle pareti annerite e dagli scaffali semivuoti, dove faceva bella mostra di sé qualche sparuta bottiglia di "caffè sport" o di anisetta. Il suono delle campane era l'unico segno di festa. Esse diffondevano la loro voce grave, dal vecchio campanile della chiesetta medievale di S. Maria delle Grazie. (1)
Monsignore, don Cesare Quadrino, recitava la messa in latino e tutte le vecchiette lo seguivano esprimendosi in una strana lingua, frammista a forme arcaiche di dialetto campano.Quanti piedi nudi sul basalto‚ che lastricava la strada principale del paese. Luigi " ò scullino" aveva una cura particolare nel pulire quei grossi lastroni che, d'estate‚ si facevano di fuoco: si alzava all'alba e scopava meti-colosamente ogni foglia, ogni più piccola cosa, che riponeva sul carrettino, spinto a braccia.
I bambini, quelli si che erano in festa! Si rincorrevano dai cortili alla strada, facendo i giochi più antichi del mondo: la settimana, a nascondino, lo strùmmolo e tutto ciò che la loro creatività riusciva ad inventare. (2) .Di sera, quando a malapena si distingueva il contorno delle case, tornavano i carretti dalle campagne, con le loro ruote cerchiate ed i muli stanchi per il faticoso lavoro dello " 'ngégno". (3)
Dietro ogni carretto vi era un lume a petrolio acceso e, quasi sempre, seguiva un cane che, abbaiando, segnava l'andatura del mulo. Erano serate particolari, con la spossatezza che univa le famiglie intorno alla tavola e l'odore di minestra o di pasta e fagioli, che, per la colazione del mattino, avrebbero cambiato sapore. (4) Le ore trascorrevano lente e venivano "sgraziatamente" annunciate dal martelletto dell'orologio della piccola piazza, l'unica, dove i cani abbaiavano e si annusavano prima di rincorrere qualche gatto grigio, per le stradine buie del paese.
A quel tempo, trascorrevamo le ore intorno al braciere, attendendo che si indorassero le sottili fette di pancetta, che avremmo mangiato nel pane caldo. Altre volte, quando mamma ne aveva il tempo‚ ci friggeva delle gustosissime zeppole, che consumavamo per cena, ben zuccherate ed insaporite con cannella. era una famiglia di tipo patriarcale la mia, che si riuniva‚ in tutte le occasioni più importanti‚ nella casa del nonno, un omone completamente calvo, onesto e sincero, come il vino che bevevo con disinvoltura.
Don Ciccio, così lo chiamavano, sorrideva sempre, con i grossi baffi che puntavano in alto e la mania di esprimersi con i proverbi: tira più un pelo di donna che cento paia di buoi ed ancora, la botte si risparmia quando è piena, buttati lì nel mezzo di ogni discorso, coniugato in una stana lingua, una sorta di dialetto americanizzato, a causa di una lunga permanenza in America. Il Natale era indescrivibile: si accendevano i forni per gli arrosti e le lasagne, mia madre preparava i dolci, mia zia l'agnello ed il tacchino, zia Mariella, monaca di casa, offriva‚ per l'occasione‚ il vino fragola. Era una gioia collettiva, che faceva impazzire tutti noi bambini. La tavolata era superba: diciannove persone che mangiavano scherzando, ridendo e divertendosi a fare piccoli dispettucci: l'acqua nel bicchiere del nonno, "le coccole" lanciate a noi bambini, come segnale di una libertà senza condizioni, lo spago nella zeppola di zia Mariella e altro, un tesoro perduto negli anni, che dava un senso alla nostra vita "paesana".
La morte della nonna non cambiò di molto le cose: la famiglia rimase unita ed io continuai a compiere le mie gesta in giardino, con i miei cugini ed i miei fratelli. Eravamo alla fine degli anni cinquanta e si respirava ancora un'aria di semplicità, nelle campagne assolate dell'agro. I miei zii, tornati da poco dalla prigionia, parlavano talvolta della guerra e mio padre di Mussolini. La radio trasmetteva ancora canzoni degli anni quaranta e quelle voci sottili, quasi bianche, esercitavano un certo fascino sulla mia personalità di fanciullo delle scuole elementari. Non è che prestassi poi tanta attenzione ai discorsi dei grandi, ma piccoli elementi e brevi racconti mi permettevano di ricostruire, a modo mio, tutta una realtà fino ad allora sconosciuta.
La credenza del nonno, sui ripiani più alti, custodiva un tesoro che eccitava enormemente la mia fantasia di bambino. Un giorno riuscii a mettervi le mani e mi riempii le tasche del giubbotto: erano proiettili assortiti, da quelli più piccoli di pistola, a quelli di fucile e Dio sa cos'altro. Per mia disavventura, e non solo mia, mi bagnai il giubbotto‚ per un canale di acqua piovana alquanto dissestato. Mia zia Mariella, con amorevole sollecitudine, cercò di asciugarmi l'indumento sul braciere e, nel girarlo‚ in modo che l'umido venisse a contatto con il caldo della brace‚ un numero imprecisato di proiettili finirono nel fuoco. Le urla che seguirono al primo scoppio non fermarono mia zia Mariella‚ che‚ con perfetto tempismo‚ lanciò fuori il braciere, che si spense sotto l'abbondante pioggia di quel giorno. Qualche mese più tardi, l'episodio perse tutte le caratteristiche di un dramma e tutti risero dei mutandoni bruciacchiati di mia zia e della sua accorata invocazione:
- Vade retro satana!-
Mi sentivo importante con il mio primo vestito nuovo, il giorno della mia prima comunione. Sul muretto antistante alla chiesa di Santa Maria delle Grazie, feci la mia brava fotografia ricordo ed il tutto fu solennizzato da un buon pranzetto di mia madre. A quel tempo non avevo molto appetito, ma la carne la mangiai, sia per il profumo dell'arrosto che era invitante, sia perché la mangiavamo soltanto di domenica.
Gli anni dopo le medie videro una totale trasformazione della mia casa che perse il suo bel balconcino ottocentesco e quell'armonia tipica delle case di fine ottocento. La lavatrice fece scomparire certi odori di liscivia, che caratterizzavano i cortili del mio paese, dove le donne stendevano il bucato, bianco, come neve al sole. Benedette donne, che odoravano di casa, nel silenzio della loro miracolosa rassegna-zione.
Con i miei cugini torinesi ci vedevamo ogni anno. Venivano d'estate a villeggiare e mio padre organizzava allegre gite nella nostra stupenda costiera. Era una sorta di rituale che si ripeteva ogni anno, d'estate. Era allora che si mobilitavamo tutti i parenti, per offrire la migliore delle ospitalità: dormivano da mio zio Vincenzo, pranzavano da noi, cenavano a turno dai Trione e dai De Colibus. Allora, ero fidanzato con Anna, una tenera ragazzina che abitava ai Carresi, di poco più piccola di me, ma sapeva incantarmi come la più esperta delle sirene. Bionda, alta e sottile come un tenero alberello di pesco, aveva due labbra calde e rosse come due ciliege di fine giugno. Dolce e disponibile, Anna montava sulla mia motocicletta e raggiungevamo in fretta la parte alta di Sarno, dove mi donava tutte quelle dolcezze, che la gioia di vivere e l'età ci permettevano di cogliere a piene mani.
Una cinquecento blu, di terza mano, stravolse la mia vita, alle soglie degli anni settanta. Si viveva discretamente, allora, aggrappandosi ai sogni di un'epoca che prometteva cose spettacolari.
Riuscivo a recuperare i soldi della benzina con qualche lezione privata ai ragazzini delle scuole medie e, nei periodi di magra, ricorrendo a mia zia Mariella. Bastavano cinquecento lire per raggiungere la periferia di Salerno, dove mi attendeva Ines, una mia compagna di università. Contro ogni mia volontà, mi innamorai pazzamente di lei, tanto che la presentai ai miei e ci fidanzammo ufficialmente.
Fu in quel tempo che la mia famiglia si trasferì a Salerno, dove mio padre aveva comprato un bell'appartamento alla Via Sorgenti, una zona splendida, con la montagna di Croce alle spalle ed il mare davanti, in quel lungo tratto che forma il golfo e si va ad infrangere sulla marina di Vietri. Al mattino, i gabbiani salivano su con la brezza del mare ed al tramonto e le rondini salutavano il sole morente, con voli sempre più rapidi, tra i palazzi del rione. Salerno‚ a quel tempo‚ era una tranquilla cittadina di provincia: calda e pulita.
La mia partenza per il servizio militare offrì una parentesi di riflessione alla mia storia d'amore, che si sarebbe concluse definitivamente di li a qualche mese. Una fastidiosa bronchite asmatica‚ mal curata, abbreviò il mio ultimo periodo di naia. Ritornai in caserma solo per ritirare un premio letterario‚che mi fu assegnato per una raccolta di poesie. Durante una manifestazione davvero imponente, con tutte le dodici compagnie della mia caserma schierate, fu un generale con le stellette rosse a consegnarmi il diploma con medaglia, ma ciò che mi commosse maggiormente fu la presenza di mio pare in tribuna. Fu allora che partecipai, per volontà di mio padre, al concorso magistrale che vinsi, con mia grande sorpresa‚ senza avere alcuna preparazione pedagogica, avendo frequentato il liceo classico. A Serre‚ iniziai a fare il maestro elementare, nell' aprile dei 71, e fu lì che conobbi colei che sarebbe diventata la mia prima moglie. Iniziai a viaggiare con lei e, di li ad un mese, facevamo pure all'amore.
Ci sposammo un pomeriggio di giugno, a fine anno scolastico, e fuggimmo per il viaggio di nozze, disertando il banchetto nuziale. A Pienza, comprammo le bomboniere, che avremmo poi distribuito ad amici e parenti. Tutto sembrava procedere nel migliore dei modi, quando fui costretto a rientrare a Salerno per la improvvisa malattia di mia madre. Nello spazio di qualche anno il nostro rapporto degenerò a tal punto che il divorzio sembrò l'unica soluzione.
Fu così che, nell'estate del 1983 mi ritrovai da solo in quello stesso piccolo paese di provincia dove ero nato‚ con l'ingrato compito di ridisegnare la mia esistenza. Fu Angela che, qualche anno dopo, mi strappò alla mia vita di single, divenendo la mia nuova compagna.
In questa nuova condizione, cercai di ripristinare quei rapporti affettivi che avevano riempito il mio universo di fanciullo; incominciai così a frequentare zii, cugini, amici d'infanzia ed ex compagni di scuola, in un contesto fatto di piccoli impegni sociali . Fu durante uno di questi pranzi che accadde qualcosa che non avrei mai più dimenticato.
La sala da pranzo rintronava di voci generose, che, nel giardino attiguo giungevano come un fastidioso e caotico frastuono. Il forte accento sarnese(5) di Alfredo, il marito di mia cugina indispettiva mio zio, che si chiamava allo stesso modo. Mia moglie Angela sembrava perfettamente a suo agio, in quella miscellanea di dialetti e discorsi ad alta voce. Annamaria‚ mia cugina‚ lanciava significative occhiate al marito, che aveva tutto l'aspetto di chi preferiva all'acqua un buon boccale di vino, mentre mia zia gradiva con soddisfazione tutto quel ben di dio che avevano preparato in grande abbondanza. Eravamo oramai al dolce, quando mi venne l'idea di sublimare quella celebrazione con un tocco finale: burlarci della supersti-zione dei parenti limitrofi, con un falso rito satanico.
- Perché non prepariamo‚ una " fattura" per i nostri amati parenti? -
Ma che bella idea! - disse subito mia cugina Dora;
Mia Zia‚ che era una sempliciona‚ incominciò già a ridere ‚ al solo immaginare le reazioni‚ che avrebbero avuto le quattro sorelle Vistola‚ al nostro macabro scherzo.
Mio zio non sembrava troppo convinto della cosa‚ anche perché aveva un una sorta di rifiuto per ogni forma di superstizione e non era il solo‚ ma per non guastare il movimento che si era venuto a creare intorno alla cosa‚ acconsentì. Si misero tutti in movimento. Mia zia prese un pezzo di stoffa‚ Annamaria procurò degli spilli e Do-ra‚ l'ultima delle mie cugine‚ un nastro nero. Da parte mia feci lavorare la fantasia e venne fuori una sorta di bambola rudimentale‚ alla quale disegnai occhi e bocca. Gli spilli li infilai un po' dovunque. Per rendere più verosimile la " fattura"‚ sull'orlo della veste disegnai le iniziali del "fatturati" ed iniziai con una bella "M"‚ iniziale di Maria‚ che‚ tra l'altro‚ era anche il nome di mia zia. Alfredo‚ il marito di Dora‚ si incaricò di lanciare nel giardino dei nostri superstiziosi parenti la scherzosa "fattura". Continuammo il pranzo‚ mangiando il dolce‚ prendemmo del buon caffè e ci ripro-mettemmo di ripetere quell'incontro mangereccio di li a qualche mese.
Due sere dopo‚ il marito di mia cugina mi comunicava ridendo di aver effettivamente lanciato la bambolina di pezza nel giardino dei parenti‚ ma che non aveva notato nessuna reazione.
- Avranno capito che era un nostro scherzo - risposi tranquillamente.
Passò tutta la settimana e decisi di trascorrere quella domenica in città‚ presso i miei parenti di Salerno e così feci. In serata‚ ci mettemmo in macchina e facemmo ritorno al paese. Dalla piazza premei il telecomando‚ così potei entrare facilmente in garage‚ senza problemi di traffico. Avevo appena spento il motore‚ quando vidi mia cugina Dora che correva verso di me piangendo:
-Franco, corri, mia mamma sta male! -
-Chiudi tu il garage - dissi ad Angela
Corremmo al capezzale di mia zia.
- Zia, zia Maria! - la chiamai scotendola: era in precoma.
Chiamammo la guardia medica e ci confermarono la gravità del malore. Attivammo rapidamente il trasporto al pronto soccorso, dove i medici diagnosticarono emorragia cerebrale. Per tutta la notte, mia zia lottò contro la morte ed al mattino sembrò che ce l'avesse fatta, tanto che scherzò con mio zio dicendo:
- Potevo morire! Non ti avevo nemmeno salutato! - Si baciarono.
La giornata era splendida ed il sole alimentava l'ottimismo. Portai a casa mio zio, con la certezza che tutto era ormai superato.
La notte successiva‚ purtroppo‚ chiuse definitivamente l'esistenza di mia zia, tanto che, al mattino, entrò nel portone di casa il suo cadavere. Mio zio era su e sapeva che di li a poco sarebbe arrivata sua moglie, l'attendeva, come lei aveva atteso lui per tutta la vita.
Il suo corpo era in mezzo al giardino, sopra una vecchia sedia di legno. La testa, reclinata all'indietro‚ mostrava i grandi occhi chiusi e la bocca aperta, mentre le braccia pendevano lungo il corpo che già incominciava ad irrigidirsi. Indossava il medesimo vestito della domenica precedente, quello che l'aveva vista allegra e di buon appetito. Mio zio‚ dalle scale‚ chiamava:
- Marì! - e la voce era tra la preghiera ed il pianto.
Noi stavamo cercando di organizzarci per trasportala su‚ attraverso la rampa di scale‚ piuttosto appesa. Era un donnone mia zia, alta e ben messa ed ora costituiva un grosso problema.
-Marì- implorava mio zio - Femmena mia! - e la sua voce si amplificava nella tromba delle scale‚ assumendo toni drammatici.
La prendemmo. Io presi il lato posteriore della sedia e Franco‚ il marito di mia cugina Annamaria‚ quello anteriore. Ci avviammo, attraversammo il giardino ed arrivammo alle scale. Iniziammo a salire. Il macabro corteo procedeva lentamente, mente il cadavere muoveva braccia e testa.
La mia spina dorsale fece uno strano rumore, ma non potevo fermarmi: lacrime e dolore mi accompagnarono fino alla sommità. Mio zio, sul ballatoio, sembrava impazzire‚ come in un incubo ad occhi aperti:
Femmena mia -
- E' morta Maria mia?- mi chiese, non risposi e continuai, mentre il povero vecchio inconsapevolmente stava compiendo una danza macabra.
Pensai al peggio.
-A femmena mia- ripeteva continuamente, finché non adagiammo sul pavimento del ballatoio la sedia con mia zia morta.
A questo punto, mio zio si inginocchiò e mise la sua testa in grembo alla moglie, le abbracciò le gambe e pianse senza lacrime, come un bambino impazzito. In quel momento capì di essere rimasto solo, ci guardò, guardò la moglie e chiuse con il mondo e la vita.
1) Costruita dai principi Capece Minutolo, duchi di S. Valentino Torio,
2) La settimana consisteva nel saltare con un piede solo tra sette riquadri disegnati a terra. Lo strummolo, invece, era un pezzo di legno conico appuntito, che veniva fatto girare con uno spago.
3) Lo 'ngègno era un pozzo artesiano, dove, attraverso un congegno a nastro di catòse (termine dialettale di origine greca, che significa : che prende acqua dal fondo); esso serviva ad attingere acqua che, versata in una grande vasca di raccolta, serviva ad irrigare i campi. Il mulo o l'asino avevano il compito di far girare il congegno camminando a ruota intorno al pozzo.
4) Le contadine, quando avanzava la pasta e fagioli, la conservavano per il mattino successivo. La riscaldavano, insaporendola con peperoncino, e la servivano al mattino a colazione.
5)Sarnese, della città di Sarno, a due km da S. Valentino ed a quattro km da Nocera Inf., nell'agro nocerino-sarnese, in provincia di Salerno.