QUASIMODO: Che vuoi, pastore d'aria?


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Che vuoi, pastore d'aria?

Ed è ancora il richiamo dell'antico
corno dei pastori, aspro sui fossati
bianchi di scorze di serpenti. Forse
dà fiato dai pianori d'Acquaviva,
dove il Plàtani rotola conchiglie
sotto l'acqua fra i piedi dei fanciulli
di pelle uliva. O da che terra il soffio
di vento prigioniero, rompe e fa eco
nella luce che già crolla; che vuoi,
pastore d'aria? Forse chiami i morti.
Tu con me non odi, confusa al mare
dal riverbero, attenta al grido basso
dei pescatori che alzano le reti.

Quasimodo descrive una situazione non troppo dissimile a quella di Vento a Tindari: i fatti reali sono come travolti da un’onda che proviene dall’intimità della terra e che è portatrice del significato vero delle cose.

Sono presentati endecasillabi sciolti con largo uso di enjambement producendo variazioni sul ritmo.

Nei primi versi viene presentata una Sicilia arida e aspra, identica a se stessa da sempre, come parrebbero evocare l’antico/corno dei pastori e i fanciulli/ di pelle uliva, dove si mescola sangue greco e arabo. Nei versi successivi il piano della realtà si apre ad una diversa dimensione : la terra da cui il vento soffia rappresenta il volto metafisico della Sicilia; il vento stesso perde concretezza e diventa “pastore d’aria”.Nei versi v.11-13 le due figure che si affacciano, il protagonista e la donna,, appaiono il simbolo vivente dell’incomunicabilità e della solitudine. Il vento ha parlato solo all’uomo, la donna è rimasta confusa con la scena che si sta svolgendo sotto i suoi occhi.I v.11-13 non fanno che confermare che il vento sta solo evocando i morti.

La poesia di Quasimodo è sempre tentata da questa dimensione, dal fascino di radici tanto profonde e antiche da essere paragonabili a dei fossili.