L’irrazionalismo novecentesco


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TESINA INTERDISCIPLINARE

 

L’uomo novecentesco ha percezione della crisi ideologica e dei valori e o si chiude in un’ideologia assoluta o si abbandona a ritenere tutto irrazionale e inspiegabile all’uomo.

ARGOMENTI DISCIPLINARI TRATTATI

Storia: Il Novecento e la crisi economico-politica, il governo Giolitti, la prima guerra mondiale e l’avvento del Fascismo
Educazione Fisica: l’atletica leggera e lo sport nel periodo fascista
Pedagogia-psicologia: Sigmund Freud
Diritto: I Patti Lateranensi del 1929 e la Revisione
Italiano: Pirandello e l’irrazionalismo in confronto con Svevo; accenni alla letteratura straniera: Joyce, Proust e Kafka
Francese: L’Hérmetisme et Apollinaire en comparaison avec Ungaretti
Scienze degli alimenti: il pane
Merceologia: i carboidrati

L'irrazionalismo è indubbiamente un tratto costante del pensiero del '900, che può complessivamente definirsi come secolo della crisi (crisi dei valori, delle istituzioni e infine degli individui nella loro esperienza storica e quotidiana). Dall'insieme di queste critiche si fa strada l'idea (condivisa anche da molti scienziati) che i concetti, le categorie, le leggi scientifiche, più che rivelare l'essenza ultima e vera delle cose (come credevano ingenuamente i positivisti), siano utili astrazioni concettuali, che aiutano a capire il comportamento generale di alcuni fenomeni generali, ma che non servono a spiegarli. Emblematico è in proposito il concetto di tempo. Nelle formule della fisica il tempo appare come una quantità vettoriale matematicamente misurabile. Al tempo oggettivo, che secondo i novecentisti è una vuota astrazione, perché non costituito da istanti quantitativamente uguali, si oppone il tempo della memoria (come diceva Bergson) una "durata" qualitativa, intrecciata di mernoria e di aspettativa, e perciò non misurabile matematicamente. La psicoanalisi di Freud crea i presupposti per una narrativa del preconscio e dell’inconscio. Proust ha ricreato nel mondo del romanzo, dal punto di vista della relatività un incrociarsi di piani psicologici. In La Ricerca del Tempo Perduto, l’infanzia di Swann prima ci viene presentata attraverso le impressioni che suscitava e poi quello che provoca nell’adolescente e nel giovane protagonista narratore. C’è però un frantumarsi della figura del narratore concepito come blocco unitario a livello psicologico. Anche la nuova concezione del tempo, elaborata dal filosofo francese Bergson propone una distinzione fra tempo esteriore puramente cronologico e tempo interiore. Il tempo interiore dissolve le intelaiature in cui poniamo i dati e al prima e al dopo si sostituisce la durata. La nostra coscienza è vista come presente e passata; il tempo non è più sentito come principio di logoramento e dissoluzione, perché non siamo solo la somma dei singoli momenti della nostra vita, ma il prodotto di ciò che ogni momento ci dà. Nella storia gli ultimi anni del XIX secolo furono caratterizzati da una drammatica crisi di egemonia della classe dirigente liberale. Essa era facilmente imputabile alla crescente frattura tra società civile e società politica, tra livello economico e sociale in rapido movimento (l'avvio del vero e proprio "decollo" industriale è collocato dagli storici tra il 1896 e il 1900) e livello politico chiuso in una intransigente difesa dei vecchi equilibri. Nel periodo compreso tra la fine dell'"età crispina" e l'inizio dell'"età giolittiana" (1896-1900) il ceto politico dirigente, rimasto un'oligarchia chiusa e priva di ricambio al vertice, incapace di una moderna organizzazione di partito e legato ad una concezione da ottimati, paternalistica, ruralistica, della vita civile e dei rapporti sociali, tentò di reagire all'avanzata delle forze politiche più moderne e in particolare del movimento italiano, arroccandosi su una linea di assoluta chiusura. La classe politica tentò di ricondurre la "questione sociale" a un puro problema di "ordine pubblico" e di rendere compatto l'intero fronte delle classi proprietarie intorno a un progetto di rifondazione autoritaria delle istituzioni liberali. Fu questa, in fondo, l'essenza della crisi di fine secolo: l'incapacità della classe liberale ad assumere come interlocutore privilegiato il nascente movimento operaio al fine di legarlo più strettamente alle istituzioni e farne un canale di integrazione delle masse nello stato, secondo il modello giolittiano e l'incapacità di costruire un solido blocco parlamentare conservatore, utilizzando a questo scopo la forza di massa dei cattolici. La classe dirigente si contrappose, invece, alle due realtà popolari emergenti e finì per provocare un violento moto di riaggiustamento del sistema politico così squilibrato. Alla caduta del governo Crispi divenne inevitabile adottare una soluzione di destra: infatti una parte della sinistra costituzionale facente capo all'anziano senatore Giuseppe Saracco, si era esposta partecipando all'ultima, squalificata e impopolare esperienza governativa crispina, mentre l'altra componente, guidata da Zanardelli e Giolitti, era troppo invisa al re ed era bloccata dal veto incrociato della destra democratica e della sinistra crispina. La presidenza del consiglio toccò quindi al marchese siciliano Antonio di Rudinì, un "moderato di centro" non particolarmente vicino alla corona, il quale orientò la propria azione di governo su una linea di "raccoglimento e di economia": egli tentò infatti di porre un freno all'avventura coloniale, di varare una politica prudente di bilancio e di realizzare persino qualche forma di pacificazione sociale, concedendo l'amnistia ai condannati politici e ricercando su queste basi la neutralità dei radicali. Il modello sociale cui si ispirava era quello di una "democrazia conservatrice" a base agraria, in cui fossero garantiti sia il dominio della grande proprietà terriera nella politica locale (attuando il cosiddetto "decentramento conservatore" e una riforma dell'amministrazione comunale che prevedesse l'elettività del sindaco anche nei comuni minori), sia la preminenza del potere esecutivo su quello legislativo al centro, non disgiunta da una limitata politica di riforme "dall'alto" (assicurazione obbligatoria contro gli infortuni nell'industria e istituzione della Cassa Nazionale di Previdenza per l'Invalidità e la Vecchiaia). A questo progetto si contrapponeva, e per alcuni aspetti s'intrecciava, quello decisamente autoritario e diretto a provocare una vera e propria riforma del sistema costituzionale, proposto da Sonnino in un articolo pubblicato nel 1897, Torniamo allo statuto: in esso si prospettava la capacità di salvare l'integrità dello Stato minacciato dall'azione convergente di "rossi" e di "neri" (socialisti e cattolici), abbandonando il regime parlamentare e ritornando ad affidare al re la pienezza dei poteri (secondo il modello tedesco). Questo tipo di proposta aveva, senza dubbio, scarsa possibilità di seguito. Tuttavia la linea politica proposta da Sonnino era un sintomo della preoccupazione e del nervosismo prevalenti nella classe dominante, non più sicura, come nel decennio precedente, di riuscire a controllare, con i normali strumenti costituzionali, le tensioni emergenti nella società italiana. In realtà l'effetto della forte avanzata dell'estrema sinistra alle elezioni del marzo 1897 (il partito socialista ottenne 135.000 voti e aumentò da 11 a 15 deputati), seguite dalle violente agitazioni sociali della primavera del 1898, provocò una dura precipitazione del quadro politico verso soluzioni estreme, frammentandosi il vecchio sistema di alleanze. I moti contro il carovita, e in particolare contro l'aumento del prezzo del pane provocato dai cattivi raccolti del 1897, segnarono una vera e propria frattura nella vicenda politica di fine secolo. Essi trassero origine dalla spaventosa condizione di miseria in cui le masse contadine vennero a trovarsi, ma si saldarono ben presto con la protesta delle classi industriali urbane acquistando un carattere sempre più politico. Iniziati già nei primi mesi dell'anno soprattutto nel centro-sud, i moti dilagarono in tutto il paese tra marzo e maggio, con accelerazione intorno al 25 aprile quando, per effetto dell'aumento dei noli marittimi in conseguenza della guerra ispano-americana, il prezzo del pane salì alle stelle. Le forme delle dimostrazioni furono ovunque quelle dell'assalto ai forni, ai mulini, ai magazzini del grano, e della protesta contro il palazzo comunale, l'esattoria fondiaria, il tribunale, le abitazioni dei nobili; il programma, laddove l'azione assunse carattere più politico, fu quello lanciato dai socialisti con la richiesta di abolizione del dazio del grano e della gestione municipale dei forni. Fu però soprattutto durante l'insurrezione di Milano del 6 maggio, quando la protesta assunse decisamente carattere politico, che si mosse l'intero fronte conservatore, prendendo a pretesto i tumulti per giustificare l'impiego dell'apparato repressivo dello Stato contro ogni forma di opposizione organizzata dagli anarchici ai socialisti, dai radicali agli stessi cattolici. Contemporaneamente Di Rudinì cercava di mantenere in vita il governo (già in crisi per il rifiuto dell'assemblea dei deputati a rendere permanenti i provvedimenti repressevi assunti in via provvisoria), proponendo al re lo scioglimento della camera e l'esecutività del nuovo bilancio del decreto regio. Se il re avesse accettato, si sarebbe trattato di un vero e proprio "colpo di stato" e si sarebbe portato ad estremo compimento quel progetto di rifondazione autoritaria delle istituzioni, preconizzato da Sonnino, a cui buona parte della classe dirigente sembrava allora interessata nel clima burrascoso di quelle giornate critiche. Il re però, dissuaso da Farini, non osò sfidare apertamente la legalità costituzionale per cui, licenziato Di Rudinì, il 29 giugno 1898 incaricò il generale Luigi G. Pelloux di costituire il nuovo governo. Il re intendeva così continuare la precedente politica senza la scomoda figura del "marchese socialista"; infatti il generale continuò l'azione repressiva senza particolare clamore, limitandosi ad utilizzare i poteri esecutivo e giudiziario a livello di ordinaria amministrazione. Quando però tentò di dare veste legislativa alle restrizioni delle libertà statutarie e di ripristinare, in pratica, i "provvedimenti politici" già approvati dal Di Rudinì, si scontrò con l'opposizione intransigente della sinistra parlamentare (socialisti e repubblicani), contraria all'ipotesi di un governo forte sostenuto dalla Destra, dal centro sonniniano e dalla sinistra crispina, mentre i liberali giolittiani assunsero un atteggiamento di prudente attesa. Lo scontro divenne aspro quando l'estrema sinistra passò all'ostruzionismo (alla pratica cioè di promulgare all'infinito il dibattito parlamentare con interventi lunghissimi in modo da paralizzare l'attività legislativa) e Pelloux fece promulgare, con provvedimento illegale e lesivo delle prerogative del Parlamento, il "decreto del 22 giugno" che limitava pesantemente i diritti legislativi di stampa e di manifestazione. La lotta per le libertà costituzionali divenne allora il fatto centrale della politica italiana, finché il 6 aprile 1900 il governo dovette ritirare il decreto e pochi giorni dopo, sciogliere le Camere e indire nuove elezioni. Il fronte moderato e la linea autoritaria di Pelloux erano stati indeboliti anche dagli smacchi subiti in politica estera (in particolare l'inutile tentativo espansionistico perseguito dalla diplomazia italiana in Cina) e dall'emersione, all'interno del blocco dominante, di una componente più moderna e dinamica, in vivace polemica con le forze più conservatrici del fronte, costituito dalla proprietà terriera meridionale e dall'industria pesante del nord. Il risultato elettorale del giugno 1900, che segnò un grande successo per l'estrema sinistra (da 67 a 96 deputati), ebbe pertanto l'effetto di rimettere in gioco la situazione politica, offrendo alla componente più avanzata della borghesia la possibilità di imporre una svolta radicale alla politica italiana. Pelloux dovette dimettersi nel giugno 1900 e si aprì una fase travagliata (il 29 luglio Umberto I fu ucciso dall'anarchico Gaetano Bresci), in cui il governo fu retto provvisoriamente da Giuseppe Saracco, ex presidente del Senato e che sfociò nella svolta giolittiana. Nel febbraio del 1901 il governo di trasformazione Saracco lasciò il posto a quello del democratico Giuseppe Zanardelli, che, fatto eccezionale nella storia d'Italia, ricevette l'appoggio in Parlamento di tutta l'estrema sinistra. Il nuovo governo ebbe in Giovanni Giolitti, che allora ricopriva la carica di ministro degli interni, il massimo ispiratore politico e inaugurò di fatto quel lungo periodo che durò fino alla vigilia della Prima Guerra Mondiale e fu definito l'"età giolittiana" Il periodo 1900-1913 fu caratterizzato dalla figura di Giolitti che fu più volte presidente del consiglio. Giolitti assunse un atteggiamento di neutralità di fronte alle lotte economiche dei lavoratori e di individuare nelle organizzazioni del movimento operaio un fattore di potenziale modernizzazione, normalizzazione e controllo sociale. In essa prevaleva un atteggiamento realista che lo portava a non temere l'agitazione popolare, né a considerarla necessariamente contrapposta allo stato liberale, ma piuttosto a tentarne di farne un fattore di stabilizzazione e di rafforzamento dello stato stesso. Egli era, in questo senso, un conservatore: il suo obbiettivo era cioè quello di contemperare, al livello più alto possibile, i fattori di modernità indotti dallo sviluppo industriale del paese con gli squilibri sociali consolidati, evitando che un troppo brusco impatto o una troppa violenta compressione determinassero sconvolgimenti nel sistema politico. In questi anni, oltre che le tensioni sociali, il pensiero politico italiano si arricchì di due nuove visioni ideologiche: la L’opera dei Congressi diventata poi Partito Popolare (1919), che in futuro avrebbe dato vita alla Democrazia Cristiana, il Partito Socialista, il Partito Comunista di Gramsci (1921) ed i Fasci di Combattimento di Mussolini (1919) che dopo 1921 si trasformarono in Partito Nazionale Fascista, che portò lo stesso Mussolini al potere. Di fronte all'espandersi dei movimenti popolari, considerati come pericolosi artefici di anticlericalismo, sovversione e giacobinismo ad oltranza, la Destra storica si stringeva attorno alla Corona. Questa, che dopo la morte di Vittorio Emanuele II era rappresentata dal re Umberto I e dalla consorte, la regina Margherita, era favorevole, pur nel sostanziale ma restrittivo rispetto dello Statuto Albertino, ai ceti aristocratici e militaristi, propugnanti la politica di prestigio internazionale, colonialista e conservatrice. Dopo la fondazione del Partito Socialista e il conseguente timore di un pericolo giacobino-comunista, il re tese a riprendere il controllo del governo, esautorando il Parlamento, rendendo i ministri direttamente responsabili nei confronti della sola Corona, secondo una rigida interpretazione della Carta Costituzionale (il vecchio Statuto Albertino del 1848). La crisi economica, in particolare modo quella agraria, che aveva sconvolto l'assetto sociale nelle campagne mostrò le contraddizioni e i limiti di uno sviluppo capitalista maturato in condizioni di liberismo economico: l'utilitarismo, l'individualismo, le leggi del mercato iniziarono a mettere in luce i costi di uno sviluppo manifestatosi sotto forma di impoverimento, dissoluzione delle comunità, degradazione umana e sociale. D'altra parte il liberismo appariva sfidato da un nemico insidioso, che esso stesso aveva creato con il sistema di fabbrica e la concentrazione industriale: il movimento operaio. Per i cattolici si apriva la possibilità di raccogliere i ceti popolari in un movimento di massa che si ponesse il duplice obbiettivo di controllo sociale e di alleanza con i ceti dominanti. Su questi fondamenti si costituì appunto il cattolicesimo sociale, che dall'esclusione dalla vita politico-parlamentare e dalle istituzioni di governo trovò l'impulso per un più autentico e autonomo radicamento sociale: un ruolo di grande importanza in questa direzione ebbe l'Opera dei Congressi. L’Italia nel periodo giolittiano era una polveriera di ideologie : gli unici che forse avrebbero potuto costituire una valida resistenza in parlamento erano i cattolici, i quali tuttavia, nella loro componente "intransigente", rispettavano rigorosamente il "non expedit" astenendosi al voto (mentre i cattolici "transigenti", conservatori e moderati, aderivano alla maggioranza governativa). L’Italia si divise in interventisti e neutralisti. Dell’interventismo bisogna ricordare l’idea futurista della guerra come igiene del mondo. Lo sperimentalismo dell’arte futurista in Italia va di pari passo con il dadaismo francese, movimento fondato da Tzara, che parla della tabula rasa dell’arte cioè della sua distruzione. In poesia Apollinaire contesta l’arte tradizionale e porta una volontaria provocazione verso la poesia, che è un genere con strette regole metriche. La sua tecnica del verso è nuova per le arditezze tematiche e sintattiche dell’opera.

Apollinaire esercitò moltissima influenza su Giuseppe Ungaretti, che fu affascinato dall’arte del poeta a Parigi, e che ritroviamo ben evidente nella distruzione della punteggiatura che il poeta italiano opera nella sua prima raccolta L’Allegria di Naufragi. Lo scrittore che distrugge la punteggiatura è consciamente o inconsciamente distruttore della tradizione e pertanto la sua non è altro che una provocazione inconscia o intellettuale contro il mondo che lo circonda, ch’egli non sa accettare. Lo scacco dell’uomo dell’inizio secolo o si riversò nel distruggere per costruire o nel distruggere per dimenticare la violenza che era dentro la società. Sul piano politico l’unica opposizione all’intervento dell’italia nella Grande Guerra, strenua e forte, costretta in gran parte per la limitatezza del suffragio a operare al di fuori del sistema politico, rimase quasi radical-socialista. Nel 1915 l'Italia entrò in guerra a fianco dell’Inghilterra e della Francia, poiché l'orientamento dell'opinione pubblica italiana verso la guerra contro l'Austria indusse, nel gennaio 1915, a intavolare nuove trattative che non condussero a positivi risultati per l'esiguità dei compensi territoriali offerti. L'Italia iniziò a metà febbraio trattative segrete con le potenze dell'Intesa, che si conclusero con la firma del patto di Londra (26 aprile), e di fronte all'evidente interesse dell'Austria di dilazionare i negoziati, denunciò il trattato della Triplice alleanza (3 maggio). Nonostante la presenza nel paese di un forte schieramento neutralista, che andava da Giolitti ai cattolici, l'Italia il 23 maggio (con effetto dal 24) dichiarò guerra all'Austria-Ungheria (ma non alla Germania; la dichiarazione di guerra alla Germania si ebbe soltanto il 27 agosto 1916). La guerra portò morte: morirono circa 13 milioni di persone. Vengono spesso a mancare anche i generi alimentari principali per la vita. Il pane intorno al 1913 iniziò a scarseggiare e ad essere razionato. Il pane è il prodotto ottenuto dalla cottura di una pasta convenientemente lievitata, preparata soltanto con sfarinati di grano, acqua e lievito con o senza l'aggiunta di sale comune (cloruro di sodio).

La panificazione, che rappresenta l'insieme delle operazioni necessarie alla preparazione del pane, comporta, come una serie di trasformazioni chimico - fisiche tra cui assume importanza determinante quella dovuta all’azione sulle farine dei microrganismi presenti nel lievito. La fase iniziale di preparazione del pane è l’impastamento quando la farina viene impastata con acqua potabile tiepida e di media durezza (contenuto in sali di calcio), lievito ed eventualmente con il sale. Il lievito impiegato nelle preparazioni industriali è quello di birra, così chiamato perché serve anche nella preparazione di questa bevanda; è costituito da colture selezionate di saccaromiceti (saccaromices cerevisiae) e si trova in commercio in forme pressate di odore tenue e colore giallognolo. Nella preparazione casalinga generalmente viene usata una certa quantità di pasta proveniente da una panificazione precedente (lievito di pasta acida). L’impasto così ottenuto viene lavorato per un tempo variabile dai diciotto ai venticinque minuti in relazione alle caratteristiche delle farine impiegate. Durante la lavorazione dell'impasto le proteine del frumento, gliadina e glutenina, si idratano e si uniscono tra loro formando il glutine, un composto che, per la sua struttura molto elastica e resistente, è in grado di conferire alla pasta la tenacità necessaria a trattenere i gas che si formano durante la lievitazione. Qualità e quantità del glutine sono i fattori che incidono in modo determinante sulle caratteristiche di panificabilità della farina. Le migliori farine sono dette di forza, intendendosi come forza la capacità che esse hanno di dare un pane ben lievitato e leggero. Segue la pezzatura, quando l'impasto è giunto al giusto grado di lavorazione e viene tagliato in pezzi e foggiato in forme diverse secondo gli usi locali (filoni, pagnotte, panini, ecc.). Poi segue la lievitazione, ove le forme, così ottenute, vengono poste a lievitare in ambienti adatti, ad elevata umidità ed a temperatura di circa 30°C. Durante la lievitazione si ha, per azione fermentativa dei saccaromiceti sugli zuccheri presenti e su quelli provenienti dall'amido (per azione dell'amilasi), la formazione di anidride carbonica la quale, essendo gassosa, spinge la pasta dall'interno facendola rigonfiare.

E’ in questa fase che si manifestano le due qualità più importanti del glutine e cioè la sua elasticità e la sua resistenza: la prima, infatti, permette all'impasto di dilatarsi e di aumentare notevolmente il suo volume mentre la seconda fa sì che esso mantenga il nuovo volume e la forma. Una volta che le forme sono giunte al giusto grado di lievitazione, si procede alla coltura. E' importante che la lievitazione non sia protratta troppo a lungo perché la pasta, per alcune modificazioni chimiche che possono avvenire a carico del glutine, può perdere la propria tenacità, fare uscire i gas e afflosciarsi. L’ultima fase è la cottura, quando le forme vengono poste in forni alla temperatura di 230 - 270°C per un tempo che varia, a seconda della pezzatura, tra 20 e 60 minuti. A causa dell'alta temperatura i fermenti vengono inattivati, le sostanze proteiche coagulano e si uniscono all'amido e alle destrine formando la crosta; l'amido che si trova alla superficie si trasforma in destrina che, per l'alta temperatura, caramellizza parzialmente impartendo alla crosta la tipica colorazione giallo - bruna e dando origine al sapore e all'aroma caratteristici. La mollica, che costituisce la parte interna del pane, raggiungendo una temperatura inferiore, circa 100°C, perde meno acqua e non indurisce come la crosta. Nel periodo della Prima Guerra Mondiale il pane non aveva buone caratteristiche, come la crosta omogenea, friabile né mollica di colore paglierino chiaro, elastica, a porosità regolare e bene asciutta. Il pane che si mangiava era raffermo, con l'indurimento della mollica e della crosta con perdita di elasticità e tendenza allo sbriciolamento o soggette alle alterazioni del pane per le muffe o batteri.

Certo non si mangiavano grissini (pane a forma di bastoncino ottenuto dalla cottura di una pasta lievitata, preparata con farina di grano tenero di tipo "0" o di tipo "00", acqua, lievito con o senza sale) o il pancarré (ottenuto da impasti teneri, lievitati a lungo e cotti in stampi dalle forme tipiche; viene utilizzato per preparare tartine e toast e, contenendo una notevole quantità di umidità, conserva a lungo la sua freschezza). Durante la guerra la fonte principale dell’alimentazione fu costituita dai cereali (pane, pasta, riso) e le patate, costituiti da amidi o da cairboidrati (chiamati anche zuccheri o glucidi). L'amido è presente sotto forma di granuli a struttura semicristallina: la cottura dei cibi altera tale stuttura (processo di gelatinizzazione), rendendo l'amido digeribile. Il raffreddamento dei cibi, che conduce a parziali fenomeni di ricristallizzazione dell'amido, ne riduce parzialmente la digeribilità. I glucidi o carboidrati costituirono, durante la guerra, il principale nutriente nell'alimentazione umana e la fonte energetica a più basso costo. Essi possono suddividere in tre gruppi. I monosaccaridi o osi sono formati da singole unità monosaccaridiche a catena variabile e sono sostanze cristalline, di colore bianco caratterizzate da sapore dolce : i più importanti sono il glucosio, il galattosio, il fruttosio ed il mannosio, appartenenti al gruppo degli esosi -a 6 atomi di carbonio C6 H12 O6-. Il glucosio è senza dubbio il glucide maggiormente rappresentato nel mondo animale e nel mondo vegetale, poiché è prodotto nella fotosintesi clorofillanea. Trovandosi libero nella frutta e nella verdura ha costituito il principale nutriente, nella guerra, a rapida utilizzazione, per tutte le cellule dell'organismo umano. Gli oligosaccaridi o olosidi sono formati da 2 a 9 unità monosaccaridiche sono il saccaroso (glucosio più fruttosio), il lattosio (glucosio più galattosio) e il maltoso (condensazione di due molecole di glucosio). I polisaccaridi o polimerici sono composti da 10 a più unità saccaridiche. Tra i più importanti vanno menzionati: l’Amido è la riserva energetica di piante ed è costituito da due polimeri, uno lineare l'amilosio e l'altro ramificato l'amilopectina e il Glicogeno è il corrispettivo animale dell'amido contenuto anche dal nostro organismo in 350 gr localizzati principalmente nel fegato e nei muscoli. L'importanza biologica del glucosio è invece fondamentale poiché rappresenta, nei muscoli, una riserva energetica a rapida utilizzazione e nel fegato un deposito indispensabile per mantenere costante il glucosio nel sangue: la glicemia. La funzione dei carboidrati è energetica, poiché sotto forma di glicogeno, essi costituiscono una riserva di energia a pronta utilizzazione e sotto forma di glucosio sono fonte di nutrimento per tutte le cellule. In questo clima di miseria nutrizionale, l’uomo comune pativa la fame. L’uomo ricco o benestante, che fosse scrittore, storico, politico tese a guardare il relativismo della condizione umana, o costruendosi l’alibi di un’ideale forte o osservando la miseria che lo stava circondando. In questo clima di relativismo del pensiero, di confutazione ideologia si verifica anche nella scienza una crisi dei fondamenti classici. Di essa gli episodi più rilevanti sono la creazione di geometrie non euclidee, la discussione sui fondamenti della matematica e della logica e infine la rivoluzione della fisica inaugurata da Albert Einstein. Per millenni si era ritenuto che la geometria euclidea fosse la perfetta espressione delle proprietà dello spazio naturale.

La nascita di geometrie non euclidee (che per es. contraddicono il principio secondo il quale due rette parallele non si incontrano mai, oppure che si basano sull'ipotesi di più di tre dimensioni dello spazio, cioè di uno spazio a incognite dimensioni) apre la via a ricerche e a risultati. molteplici ideologie infondate; si diffonde allora un senso di stanchezza e di scetticismo, oppure di frenetico quanto vacuo attaccamento al contingente e all'effimero. Si sviluppano in questo periodo due filoni di decadentismo ideologico: o quello dell’esaltazione ( o estetizzante, tutto forma poca sostanza, in cui si riempie il vuoto di apparenza come in D’Annunzio, nei futuristi e nei fascisti) oppure il decadentismo interiorizzato (che da Pascoli confluisce in Pirandello, in cui l’intellettuale vive dentro il dramma dell’esistenza). Carattere fondamentale dell'esistenza umana, per Pirandello, è infatti la "deiezione", cioè l’essere gettati nel mondo ignari della propria provenienza e del proprio destino, cioè ignari del senso ultimo della nostra vita. Affidato alla caducità del tempo e alla inevitabilità della morte, l’uomo assiste allo mondo, senza sapere perché esiste. Di qui gli sente un senso di assurdità profonda. L’assurdo del vivere deve portare ad accettare l’angoscia dell’esistenza e lo scacco della mortalità dell’uomo. Negli scrittori del Novecento la crisi del ruolo dell’intellettuale si acutizza : vive frustrato nella sua ansia di conoscenza, travolto da violenze o si sente come un insetto privo di senso alla ricerca di un rapporto con il reale, che vivono con inettitudine ed angoscia (Tozzi - Svevo). La complessità del reale e l’arrocamento dell’interiorità tipica del personaggio novecentesco comportano tecniche di rappresentazione che insistono sulle rifrazioni e sugli echi che essi hanno nell’interiorità del soggetto. Il narratore dei romanzi novecenteschi è per lo più il narratore interno (Pirandello, Proust, Svevo) : un narratore che è anche protagonista, che presenta un universo limitato nella prospettiva dell’io narrante, di cui vengono registrati conflitti e lacerazioni. Il romanzo novecentesco è, pertanto, cronico-casuale. Importanti mezzi usati per la narrazione sono il flusso di coscienza, il Flashback e il monologo interiore. Nell'Ulisse di Joyce, costruito sulla falsariga dell'epos omerico, usa tecniche innovative: il flusso di coscienza si ricompone in meccanismi associativi, giochi di parole, ed assonanze.

Il viaggio dell'Ulisse novecentesco non può avvenire che in un magma linguistico, apparentemente caotico, ma organizzato dall'immaginazione verbale dello scrittore. Nel flusso di coscienza e nella ricerca della disgregazione sintattica della frase, destrutturata di segni e di parole, si può vedere l'influenza dell'avanguardia. Anche a livello tematico il romanzo novecentesco si distingue da quello ottocentesche. Il romanzo classico si proponeva di delectare e docere, questo, invece, non insegna più nulla: presenta infatti degli antieroei, degli inetti e degli uomini senza qualitàIl Croce aveva definito tre malati di nervi i tre decadenti, cosi ci possono apparire come due casi clinici anche Svevo e Pirandello. Ed è anche vero, sono malati di nervi (direi che la malattia nervosa è la malattia fondamentale dei '900); sono uomini che si sentono estraniati dalla realtà ambientale e culturale, sono soli contro tutti. Nevrosi, psicosi, schizofrenia (appunto la malattia dell'io) sono le connotazioni di questo tipo di uomo che percorre la letteratura del 900, vuoi come personaggio, vuoi come autore. Ha dunque ragione Croce? No, in una società che ha compromesso il valore, l'autenticità, l'unicità della coscienza dell'io, l'artista decadente protesta contro questa alienazione. Tutta la cultura del Novecento è il tentativo di allargare il concetto di ragione : una ragione che vuole chiedersi il senso di tutto, il senso del prima e del dopo; una ragione che, scoprendo al proprio interno una ragionevole domanda (chi sono, da dove vengo, dove vado?), cerca di dare a questa una ragionevole risposta. Ribadiamo schematicamente alcune premesse per inquadrare il « romanzo nuovo »: è un romanzo antinaturalista, ha i suoi campioni in Joyce e Proust (e anche in Kafka, come vedremo) diversissimi fra di loro ma uniti dallo stesso sguardo sulla realtà: la realtà è l'involucro di un segreto invisibile ed essenziale, l'involucro di un'anima in cui dimora il senso delle cose e della vita. La narrativa precedente era esplicativa, la nuova è interrogativa: l'uomo non sa più chi è. C'è oramai una nuova fisica; all'ottimismo progressista, come abbiamo già detto, subentra un senso di catastrofe; e l'uomo, riconoscendosi dissociato, schizoide (in greco = dividere), diviso tra apparenza e sostanza, tra cuore e mente, desidera tornare ad una risposta, ad una realtà simbolica = riunire ciò che era diviso). Un uomo dissociato, schizoide dentro di sé, dunque anche fisicamente deformato, anche esteriormente deforme. Così ci appare l'uomo in questi tre scrittori: entro un romanzo interrogativo, cioè alla ricerca dei significato della vita, il protagonista è dissociato, dilacerato, deformato, tutto proteso verso una risposta adeguata alle grandi domande che ha dentro. Pirandello ( 1867-1936) nasce a Girgenti, in Sicilia.Pirandello non guarda la superficie degli avvenimenti storici, ma è cosciente della crisi dell’uomo del suo tempo. Riprendendo l’idea che la vita è flusso continuo dal filosofo Bergson, egli ritiene che l’uomo cerchi di imprigionarla in una forma. Ma la vita non ha regole e l’uomo cerca convenzioni, che se guarda aldi là di sé sono fasulle. L’uomo si trova allo specchio e scopre che quello che sa di sé è pochissimo: l’unica certezza è quella di sapere che la vita non ha logica e che cercare la logica nella vita è come cercare il sangue nelle pietre. Nel 1904 pubblica Il fu Mattia Pascal. E’ cosi l'emblema dell'uomo del primo novecento: mettendo incinte due donne ci si rivela come l'uomo che gioca con l'amore, che è possibilità d'interezza per la vita, e una delle principali vie del processo di autoidentificazione. Mattia si accorge però che è la vita a definirlo: si ritrova con due arpie in casa, in miseria, con un lavoro che non richiede alcuna capacità, si ritrova dunque entro la mediocrità; sì autodefinisce « inetto » A quel punto comincia a leggere filosofia, trovandosi « solo mangiato dalla noia » e queste sono due parole-chiave del romanzo. Va sulla spiaggia e si accorge della propria immobilità, che fa sgorgare la domanda: « perché ? ». A quel punto decide di campare alla giornata, adeguarsi alla società: gli nascono due figlie, ma queste due bambine si graffiano nella culla: il male abita nel cuore dell'uomo, se le due bambine si graffiano nella culla; non c'è innocenza neppure in un neonato. Una delle pagine più belle è quella in cui Mattia ricorda la nascita, la breve vita e la straziante morte delle due gemelle. « Erano mie »: in questo possesso-appartenenza. Mattia pare ritrovarsi, comprendere la propria identità, potendo dire « mio » d'un altra persona (le pagg. 86-87 sono intessute degli aggettivi possessivi e dei pronomi personali « Mia, mie, mi, me »). Figlia e madre muoiono però lo stesso giorno, e a quel punto accade la svolta dei romanzo: lui che aveva sempre barato con tutto, soprattutto con l'amore, non aveva però potuto barare con la carne della sua carne, ma anche questa gli era venuta meno. Mattia non può più vivere perché non ha legami né coi passato né coi futuro (né la madre, né la figlia). La sua è una fuga folle nella notte finché giunge a Montecarlo ove gioca e vince « una somma veramente enorme ». Ma subito dopo anche a Montecarlo si parla di noia, di schifo di vivere senza speranza. La sua storia ha però una svolta. Dopo aver vinto sta tornando a casa coli le sue 82.000 lire e covando pensieri di rivalsa tipo: adesso , faccio vedere io, strega d'una suocera, ciabattona d'una moglie! Ma sulla via del ritorno in treno apprende la notizia giornalistica del proprio «suicidio»: il cadavere di uno sconosciuto è stato evidentemente scambiato per il suo! Si sente dunque libero, d'una libertà come sganciamento dai vincoli ambientali, storici, spazio-temporali. Questa è la grande trovata di Pirandello. Mattia finora non si conosceva, quindi Pirandello non poteva descriverne un'azione che ce lo presentasse dicendoci chi è e cosa vuole. Ma ora è ricco, anagraficamente libero e deciso a ricominciare la vita come uomo autofabbricato: « Stava a me: potevo e dovevo esser l'artefice del mio nuovo destino » (p. 114). Perfetto esempio dunque di potenziale superuomo. Ma la sua storia non giunge a buon fine: Mattia Pascal cerca la felicità ma si accorge di non poterla raggiungere. Anche Pirandello, vicino ideologicamente all'esistenzialismo, s'interroga sul senso della vita, Vitangelo Moscarda in Uno Nessuno e Centomila, dopo la riflessione della moglie sul suo naso, inizio ad interrogarsi sul senso della vita. L'idea di vedersi vivere diviene insopportabile : "non potea vivendo, rappresentarmi a me stesso negli atti della vita (...) vedermi come gli altri mi vedevano; pormi davanti al mio corpo e vederlo vivere come quello di un altro (...) quando mi ponevo davanti ad uno specchio, avveniva come un arresto in me: ogni spontaneità era finita, ogni gesto appariva a me stesso fittizio e rifatto. Io non potevo vedermi vivere ".Ciascuno di noi è divenire, perché la vita è casualità. Ciascuno di noi è uno, nessuno e centomila: siamo tanti quanti coloro che ci osservano. Pirandello, per il quale la storia è una prigione, ha liberato Mattia dalla storia e gli potrebbe chiedere: « adesso mostrami cos'è l'uomo nuovo, di che cosa ha sete quest'uomo contemporaneo cosi triste? »; ma non lo fa, perché anche lui non sa che cosa sia l'uomo nuovo, o meglio lo sa solo negativamente; ha una coscienza del limite strutturale presente nel cuore umano, ma non sa poi indicare la strada verso l'infinito; contesta la strada superomistica dannunziana e non sa però trovarne altre. Ne esce così un nuovo Mattia sgradevole e brutto, ancor più del primo, diverso nell'apparenza ma identico nella sostanza. Così Mattia è sempre più un « forestiero della vita », è sempre in difesa, costringe per due anni la sua vita ad una serie di cautele sempre più inutili, soffoca i suoi sentimenti; è il personaggio negativo, è colui che dice più «no» possibile. Ma è «sospeso in un vuoto strano», la sua ricerca della felicità porta all'infelicità. La conclusione de « Il fu Mattia Pascal » è il ritorno di Mattia al suo paese: li ritrova la moglie risposata con Mino, l'amico di gioventù, e madre di una bambina; non vuole disturbare il loro amore; semplicemente va ogni tanto a mettere dei fiori sulla propria tomba, e il libro, che si era aperto con la frase « io so una sola cosa: che mi chiamo Mattia Pascal » si chiude con una frase simile: « io sono il fu Mattia Pascal». Forse in questo « Pascal » è nascosto il dramma di Blaise Pascal che trecento anni prima arriva alla fede; dramma di una domanda che ora non sa più approdare ad una certezza. Per un attimo Mattia, alias Adriano Meis, pare trovarla nel suo incontro con Adriana, a Roma, ma non può sposarla (per l'anagrafe egli è morto!): ritorna al paese, ma la moglie non è più sua, come non lo erano più state la madre, la figlia, se stesso. E’ solo e si sente « sperduto ». Una drammatica tensione si consuma tra la vita e l'essere che vuole se stesso e vuol darsi una forma, la vita è movimento verso la morte; in ogni forma vitale c'è un senso di finitezza. Pirandello pensa che, perché l'essere viva, bisognerebbe che uccidesse di continuo ogni forma ( Mattia Pascal diviene Meis), ma senza forma l'essere non vive (Adriano Meis è un fu Mania Pascal). Le idee, i codici sono solo maschere e tentativi. di cristalizzazione del flusso vitale interno. Non resta all’uomo che diventare pazzo come Enrico IV o natura come Vitangelo Moscarda. Vitangelo Moscarda rappresenta l’inetto, il pazzo, che fuoriesce dalla storia del suo tempo. 

Nel relativismo politico, a cui Moscarda risponde con la fuga, al termine della prima guerra mondiale, si trovò il pensiero politico italiano. Contrariamente all'Inghilterra e alla Francia in Italia non si realizzò un'alternanza di forze al potere, ma il blocco dominante finì per assorbire le forze politiche alla propria destra fino a rimanere, su questo versante, privo di opposizione. Mentre si affermavano due partiti di massa, il partito socialista e il partito popolare italiano, Mussolini fondò a Milano il movimento dei Fasci Italiani di combattimento (23 marzo 1919), con un programma ultrademocratico e nazionalista nello stesso tempo. Il regime fascista proponendosi dapprima come difensore della Patria e restauratore della dignità nazionale e poi ben presto proclamando la perfetta identità fra se stesso e lo stato, non doveva lasciare scampo ad alcuna forma di opposizione diretta. Assodata la soppressione di ogni dissenso non restava, a livello culturale, che l'adeguamento alla linea del Littorio, la fedele circolazione entro la sua orbita e il non intervento o il disimpegno e l'appartamento, nella stanza letteraria, musicale, artistica. La poderosa manovra monopolizzatrice dello stato italiano totalitario nei confronti delle libertà sociali ed ideologiche, costrinse ad omologarsi ed ad accettare le obbligazioni del Regime. Il discorso sulle origini del fascismo è complesso: è necessario però rilevare che esso nasce dalla crisi dello stato liberale. Di certo il fascismo subì e forse ebbe la sua matrice ideologica nel sindacalismo rivoluzionario di Alceste De Ambris, nella utopia populista dell'impresa di D’Annunzio, nella cultura futurista di Marinetti con l’esaltazione della violenza e della velocità. Il fascismo rivoluzionario si oppose al fascismo, che sposò le tesi più tradizionali : dell’esaltazione della patria e della cristianità. Il fascismo nacque e seppe sfruttare le tendenze illiberali ed antidemocratiche già presenti nella cultura del Novecento, diffusasi in vasti settori della media e piccola borghesia, percorsi da una vasta crisi di identità e di sbandamento. Il fascismo fu sostenuto anche dalle classi conservatrici. Gli storici distinguono due fasi all'interno del fascismo : quella liberale, in cui il fascismo si avvicinò al pensiero gentiliano (1922-1929), e quella cattolico-reazionaria che culminò con i Patti Lateranensi ( dal 1929 al 1940). 


Ma se nei primi anni del regime fascista (1922-25), la libertà era tollerata, il 25 Dicembre del '25 la cultura antifascista e la libertà di stampa sono vietate dalle leggi eccezionali sulla Stampa. Secondo la formula mussoliniana di "tutto nello Stato, niente fuori dello Stato, nulla contro lo Stato" la cultura subì attraverso a una serie di operazioni una progressiva fascistizzazione; la fascistizzazione integrale della stampa non tese ad eliminare, ma, a fascistizzare i quotidiani: del Corriere deIla Sera e deIla Stampa , per esempio , furono modificate integralmente le linee. Per tutto il 1921 la violenza fascista (squadrismo, spedizioni punitive, ecc.) imperversò in Italia contro le organizzazioni socialiste, specie nella Val Padana, spesso con la connivenza delle autorità; nel partito socialista maturava intanto una crisi che portò nel gennaio 1921 alla scissione della minoranza aderente ai ventun punti della terza Internazionale e alla fondazione del partito comunista d'Italia (congresso di Livorno). Il movimento fascista (costituitosi in partito il 9 novembre 1921 nel congresso di Roma) andò sempre più rafforzandosi. Nel congresso nazionale fascista riunitosi a Napoli il 24 ottobre il «duce» annunziò la «marcia su Roma», che fu effettuata il 28 dello stesso mese. Mussolini ebbe dal re l'incarico di formare il governo, che fu insediato il 31. Il primo governo Mussolini fu un governo di coalizione, cui parteciparono esponenti liberali e popolari e che fu appoggiato dall'esterno anche da Giolitti, poiché la vecchia classe dirigente pensava ancora che fosse possibile arrivare a una «normalizzazione» e costituzionalizzazione del fascismo. Tra il novembre 1922 e il giugno 1924, il fascismo esautorò di ogni potere gli altri partiti e creò suoi organi, come il Gran consiglio e la Milizia (gennaio 1923), che assicurò a Mussolini uno strumento del tutto indipendente dalla normale organizzazione militare dello Stato. Il 25 gennaio 1924 un decreto reale sciolse la camera, dopo che i due rami del parlamento avevano approvato la legge elettorale maggioritaria Acerbo, che fu applicata nelle elezioni del 6 aprile, svoltesi in un clima di violenze e di soprusi. Con una legge del 24 dicembre 1925 Mussolini, che cumulò in sé le funzioni di capo del governo e di primo ministro, venne investito della piena autorità esecutiva, che esercitava a nome del re senza ingerenza del parlamento, il quale venne privato dell'iniziativa delle leggi. Una voIta liberatosi degli oppositori politici, il regime perseguitò apertamente gli intellettuali antifascisti ( Gobetti e Amendola morirono in seguito alle bastonature fasciste, altri furono costretti all'esilio (Sturzo, Togliatti, Terraccini e Salvemini). 

L'abolizione della libertà di stampa, lo scioglimento dei partiti d'opposizione, la costituzione del Tribunale speciale per la difesa dello stato con incarichi di polizia, la limitazione del diritto di riunirsi in assemblea, il controllo del dissenso erano espressioni di una politica repressiva che aveva come fine l'organizzazione di una dittatura che, diversamente dagli stati assolutistici, mirava alla formazione del consenso delle masse. Per questo il fascismo considerò fondamentale il controllo delle giovani generazioni, attraverso la propaganda e specifiche organizzazioni. Il fascismo si occupò fin dagli inizi della formazione dei bambini e dei fanciulli, attraverso l'Opera Nazionale Balilla, divisa in "figli della lupa" (per bambini di 6-7 anni), "balilla" (fra gli 8-14) e gli "avanguardisti" (dai 15-18). Per chi proseguiva gli studi c'erano i Gruppi Universitari Fascisti, per gli altri la Gioventù Italiana del Littorio. Lo sport e l'educazione giovanile erano un mezzo per favorire lo sviluppo di una cultura fascista. Naturalmente, il fascismo affrontò, per la prima volta dall'Unità d'Italia, il problema della preparazione di un corpo insegnante di educazione fisica. Infatti, venne istituita al Foro Italico la Scuola Superiore di Magistero per l'educazione ginnico-sportiva. Mussolini stesso incoraggiò e sostenne l'impegno degli atleti italiani nelle competizioni internazionali, in occasione delle Olimpiadi (1936) arrivarono anche prestigiosi risultati. La nazionale di calcio si distinse e in quegli anni si aggiudicò due titoli mondiali (1934 e 1938). Erano gli anni ruggenti del calcio italiano. La nazionale guidata dall'incomparabile Vittorio Pozzo, che, prima di ogni gara, radunava i giocatori e tutti insieme cantavano l'inno del Piave. Era l'epoca dei Combi, Monzeglio, Allemandi, Ferraris IV, Monti, Bettolini, Guaita, e Meazza, Schiavi, Ferrari, Orsi, tutti entrati nella leggenda. Il regime, proprio in quegli anni, allo scopo di rinforzare 'la squadra azzurra, concesse di allineare anche i cosiddetti oriundi, ovvero gli italo-americani (in prevalenza italo-argentini) che giocavano nel nostro campionato. Insomma, il fascismo si adoperò fino al suo tramonto, anche negli anni terribili della guerra, per promuovere e consolidare I'attivitá sportiva, deliberando nel novembre del 1941 di equiparare l'Educazione Fisica a tutte le altre materie scolastiche. Ad ogni buon conto il regime mussoliniano anziché seminare con serietà l'amore dello sport, esaltò i valori sportivi. 

Così, il dopolavorista o il giovane faceva attività ginnica, ma, appena smessa la tuta, correva allo stadio o ai bordi delle strade o delle piste per assistere a manifestazioni agonistiche trasformandosi in tifoso. In effetti, in quel periodo, lo sport italiano sembra disporre di un elevato numero di campioni nelle varie discipline e specialità. Campioni che monopolizzavano l'attenzione e l'interesse generale con le loro vittorie e i loro record, conseguiti in ogni parte del mondo. Non c'era ancora la tv e la radio era ancora a livello pionieristico, ma i giornali sportivi (alla Gazzetta dello Sport, il primo sorto sul finire del XIX secolo si aggiunsero il Littoriale poi Corriere dello Sport e Stadio, quindi Tuttosport del leggendario Carlin e di Renato Casalbore) provvidero ad ammantare di un mitico alone gli eroi nazionali paragonandoli spesso a dei dell'Olimpo facendo in modo che la gente li guardasse più con vivace passione e persino con fanatismo che con ammirazione. Sognando di inseguire le gesta di Lanzi o BeccaIi, in atletica, di Meazza il Balilla del gol, o Silvio Piola (morto pochi mesi fa, ormai novantenne), la gente si dedicava allo sport, ma quel che più aveva valore era che in questo modo non si occupava di politica, lasciando che il regime padrone del campo spegnesse ogni parvenza di democrazia. Il Duce vide anche nello sport il lato politico. Verso l’atletica leggera ci fu un grandissimo entusiasmo. Numerose sono le discipline che rientrano nella categoria dell'atletica leggera. La corsa è divisibile in due categorie:Velocità: di cui fanno parte 100 , 200 e 400 metri e le staffette , 4x100 e 4x400. La staffetta 4x100 si svolge in quattro frazioni da 100 metri l'una. Quattro sono gli atleti impegnati in questa gara , dove ognuno deve percorre 100 metri entrare nella cosiddetta zona di cambio e passare il testimone al proprio compagno. I 400 metri rientrano nella corsa , corsa ad ostacoli, i salti e i lanci, che tutt’oggi costituiscono l’atletica. sebbene per molto tempo fossero stati collocati tra le gare di resistenza.
Resistenza: di quest'ultima categoria fanno parte gare come la marcia e la maratona. Mentre la disciplina della corsa intesa come velocità esisteva fin dai tempi più antichi , la corsa ad ostacoli è di invenzione decisamente più moderna risale, infatti , a un secolo fa circa. A livello olimpico sono praticati i 110, dove gli ostacoli sono 10 e alti 1.06 metri, metri e i 400 metri, dove gli ostacoli son 10 alti 91 cm e posti a una distanza regolare di circa 35 metri l'uno dall'altro, per quanto riguarda gli uomini , e i 100 metri per le donne, dove gli ostacoli sono gli ostacoli hanno un'altezza di 84 cm. I salti presentano diverse tipologie anche per le gare di salto, più precisamente sono 4 : salto in alto , salto con l'asta , salto in lungo e salto triplo. Le gare di lancio sono 4 , lancio del peso ,lancio del martello, lancio del giavellotto e il lancio del disco (noto ai greci già moltissimi anni fa ma che viene inserito in tempi relativamente moderni tra le discipline dell'atletica leggera). Per essere più precisi, la funzione politico-sociale. All'interno lo sport indubbiamente era, ed é nemico delle lotte di classe, affratellatore e livellatore di gente proveniente da vari strati sociali, tutta fusa da una passione comune e tesa verso la medesima meta. Inoltre costituisce con i suoi spettacoli il diversivo migliore per la gioventù, altrimenti convogliata verso attività di partiti politici. Quando un atleta italiano andava fuori dai confini della patria a gareggiare non era altro che un ambasciatore straordinario del Regno. 

II 28 ottobre 1930, parlando davanti ai ruderi del Circo Massimo, in occasione di un raduno di atleti di tutta Italia, Mussolini ebbe a proclamare, con il solito tono enfatico: "Ricordatevi che quando combattete oltre i confini, ai vostri muscoli e soprattutto al vostro cervello, é affidato in quel momento un sacro compito, l'onore e il prestigio della Nazione". Tipico di tale mentalità é quanto accadde a Los Angeles, alle Olimpiadi del 1932, dove gli azzurri conquistarono dodici medaglie d'oro, dieci d'argento e undici di bronzo, a tal punto che I'Italia nella classifica per nazioni si piazzò subito dietro gli Stati Uniti. Per comprendere a fondo quale grande significato ebbero queste Olimpiadi per il regime, sembra giusto scorrere i commenti dei giornali. Capisaldi ideologici dell'atteggiamento tanto retoricamente favorevole alla disciplina sportiva furono: I'esaltazione indiscriminata della forza e del coraggio, l'imperativo a imitare il Duce, uomo politico e al tempo stesso atleta capace egli stesso di praticare qualsiasi sport, I'educazione fisica in senso para e pre-militare, infine la superiorità della "razza italiana". Anche il CONI è ormai fascistizzato. Nell’ambito del CONI lo sport femminile continua ad essere praticato sino al 1930. 

Con il fallimento della filosofia gentiliana , il fascismo non avendo una base ideologica e consensuale forte, si spostò piano piano verso la Chiesa e il Cattolicesimo. Cercò così di usare la Chiesa, come schermo protettivo dietro cui mascherarsi. L'11 Febbraio 1929 furono stipulati i Patti Lateranensi, con cui veniva risolta la lunga opposizione fra Stato Italiano e Chiesa, dopo la presa di Roma a cui era conseguito il Non Expedit" di Pio IX. I Patti riconoscevano la sovranità e l'indipendenza del Papa : il concordato inoltre prevedeva le clausole di riconoscimento civile del matrimonio religioso, l'obbligo dell'insegnamento della Religione Cattolica nelle scuole medie in quanto "fondamento e coronamento dell'istruzione pubblica" il divieto ai sacerdoti apostati di insegnare nelle scuole pubbliche, il riconoscimento da parte statale delle organizzazioni d’Azione Cattolica in quanto esse svolgevano le attività, al di fuori di ogni partito politico. Ma il trattato rappresentava una effettiva svolta rispetto alla tradizione liberale. Per la Chiesa la Conciliazione significò la garanzia di un proprio spazio d’azione nell'uniforme ed oppressiva realtà dello Stato fascista. La Chiesa cosí sì garantì in Italia un posto di preminenza, essendo legata ad un'etica universale: invece l’ideologia del fascismo era parziale e pasticciata, con la combinazione dell'obbedienza cieca, cioè al di qua del libero arbitrio e delle sollecitazioni all'odio dei nemici con il sacro dovere dell'immolazione per la patria per il partito, e il duce. Questo dimostra come il fascismo non abbia avuto una ideologia propria, ma si basi su idee giolittiane e crispiane all'inizio, e poi, su riletture e strumentalizzazionì del pensiero cattolico. Per questa ragione esso crollò cime un castello di carta. Non si creò una nuova cultura, ma il modo fascista. La cultura fascista " finì per presentarsi come una religione ( G. Langella). La fonte della mistica era Mussolini : si può parlare del fascismo così come di una cultura "sub specie mistica". Il Regime cercò in esso un'identità culturale capace di raccogliere il consenso unanime della nazione. Mussolini infatti adoperò la Chiesa sul fronte interno del sentimento religioso italiano e considerandola come instrumentum regni.


Il relativismo novecentesco, come ho cercato di dimostrare, tramite esempi storici, letterari e scientifici, è l’insicurezza dell’uomo che si ripiega o in un’ideologia forte per mascherare l’ansia di guardarsi dentro o in un interiorizzazione degna di consapevolezza. Apollinaire applica la coscienza di crisi nella frase della poesia, che diviene criptica e priva di interpunzione. I romanzi di Pirandello non danno più una visione univoca della realtà, ma evidenziano il contrasto fra realtà ed apparenza e l’assurdità della condizione umana. Il relativismo getta l’uomo nelle tenebre e lo spinge ad osservarsi fuori da sé. La depersonalizzazione dell’uomo nasce dalla perdita di ogni sicurezza : tutto è relativo come dice Einstein. Il reale è molteplice e non conoscibile. Come Pirandello ogni intellettuale del Novecento sente l’uomo incapace di conoscere, è pervaso dal relativismo ideologico.


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