PULCI: IL MORGANTE


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IL MORGANTE

 

 

Il Morgante - Luigi Pulci

L'opera maggiore di Pulci è Il Morgante, poema cavalleresco in ottave. Commissionatogli da Lucrezia Tornabuoni, fu ultimato in gran parte prima del 1470. Fu pubblicato nel 1478 in 23 canti ("cantari") in ottava rima. Nel 1483 è la pubblicazione in 28 canti (il cosiddetto "Morgante maggiore").

Questo poema rivela il suo gusto per la bizzaria e per il capovolgimento dei valori dell'epoca cavalleresca. C'è Orlando, che da prode cavaliere, parte per l'Oriente in cerca di avventure, ma è ormai un rimbambito. Morgante è un gigante enorme di fisico e piccolissimo di mente, e poi c'è Margutte, il mezzo-gigante che muore soffocato dal troppo ridere. Il linguaggio usato da Pulci è quello dei settori a margine della società, e la sua narrazione è anche imprevedibile.

 

I protagonisti del  Pulci sonoi il gigante Morgante e il mezzo gigante Margutte;  ci sono anche due diavoli, Astarotte e Farfarello che, per magia di Malagigi, incorporati nei cavalli Balardo e Rabicano, hanno il compito di ricondurre in volo dall'Egitto Rinaldo e Ricciardetto. Orlando, sdegnato che Carlo Magno confidi in Gano senza accorgersi dei suoi tradimenti, abbandona la Corte; e altrettanto farà Rinaldo suo cugino. Poco dopo Orlando s'imbatte nel gigante Morgante, che molestava i monaci d'una badia; lo converte alla fede cristiana, e dopo averlo costretto a servire i frati lo fa suo scudiero. Ora da solo ora con Rinaldo, i due paladini sciolgono incanti, combattono re, regine e mostri e convertono alla fede i vinti. Ma quando i Mori minacciano la Francia, i paladini tornano a difendere Carlo e li sconfiggono. Gano però, segretamente d'accordo con Marsilio re di Spagna, tesse un tradimento, e, mentre re Carlo ripassa vincitore i Pirenei e i paladini, con a capo Orlando, proteggono la retroguardia dell'esercito di Carlo, i Mori piombano su di loro al passo di Roncisvalle. Orlando suona il corno, Carlo Magno torna indietro, sbaraglia i Mori, e, convinto del tradimento di Gano, fa squartare questo a coda di cavallo e fa impiccare re Marsilio. Il poema si chiude con la fine serena di Carlo Magno.

 

Si discute se questo poema abbia derivato qualcosa da due poemi anonimi e anepigrafi noti come "Orlando" e "Spagna". Sostanzialmente, in ogni caso, è una parodia delle canzoni di gesta che erano ben presenti agli immediati destinatari dell'opera, la brigata medicea cui Pulci leggeva l'opera man mano che la componeva. Le canzoni di gesta sono la base su cui si esercita una parodia linguistica di provenienza burchiellesca, tendente a privilegiare tecnicismi e voci dialettali fortemente espressive. La tensione linguistica è in fondo l'unico impegno unitario del poema. Sul piano della svolgimento della vicenda si ha una successione meccanica e schematica di personaggi situazioni ed episodi. L'ottava stessa ha un funzionamento narrativo piuttosto meccanico. Il tema, soprattutto nei primi 23 canti, è risolto in chiave popolaresca e picaresca: Carlo Magno è un vecchi svampito, i paladini si comportano da briganti, le dame prefigurano la Dulcinea di Cervantes. Il personaggio più riuscito e più aderente al gusto di Pulci è Rinaldo, sempre pronto alle avventure amorose e alle risse. Ma indimenticabili sono i personaggi di Morgante e Margutte.

Il gigante istintivo e bonario, che muore al canto XX, dopo atti di prodigioso eroismo, per la puntura di un granchiolino, si contrappone a Margutte, il mezzo gigante vorace e furfante che enuncia un credo materialista e irriverente rimasto famoso (canto XVIII), e che muore soffocato dalle sue stesse risate. A un clima culturale più impegnato riconducono i cinque canti aggiunti nell'edizione del 1483, ispirati all'anonima "Rotta di Roncisvalle". Qui è l'ideale di un'epica orientata in senso provvidenzialistico, mentre costante si fa la tensione allegorico-polemica. Ciò porta a privilegiare la riflessione e a relegare la comicità e il ridicolo nei luoghi tradizionali per la cultura ufficiale, ai margini. L'eterodossia di Pulci sembra in sintonia con il razionalismo umanistico del circolo ficiano, di cui il diavolo Astarotte, una delle migliori invenzioni del poema, divulga estrosamente gli ideali di tolleranza religiosa. Pulci seppe far rivivere l'esperienza burchiellesca, ampliandola oltre i limiti delle rimerie burlesche. Il suo poema eroicomico ebbe influenza sui poemi eroicomici successivi. Si pensi al "Baldus" di Folengo, e al "Gargantua e Pantagruel" di Rabelais.

 

 

 

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