ANGELO POLIZIANO : Iulo e Simonetta

ANGELO POLIZIANO : Iulo e Simonetta


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Incontro tra Iulo e Simonetta

41
Ahi qual divenne! ah come al giovinetto
corse il gran foco in tutte le midolle!
che tremito gli scosse il cor nel petto!
d'un ghiacciato sudor tutto era molle;
e fatto ghiotto del suo dolce aspetto,
giammai li occhi da li occhi levar puolle;
ma tutto preso dal vago splendore,
non s'accorge el meschin che quivi è Amore.

42
Non s'accorge ch'Amor lì drento è armato
per sol turbar la suo lunga quiete;
non s'accorge a che nodo è già legato,
non conosce suo piaghe ancor segrete;
                                                                                                                                           

di piacer, di disir tutto è invescato,
e così il cacciator preso è alla rete.
Le braccia fra sé loda e 'l viso e 'l crino,
e 'n lei discerne un non so che divino.

43
Candida è ella, e candida la vesta,
ma pur di
rose e fior dipinta e d'erba;
lo inanellato crin dall'aurea testa
scende in la fronte umilmente superba.
Rideli a torno tutta la foresta,
e quanto può suo cure disacerba;
nell'atto regalmente è mansueta,
e pur col ciglio le tempeste acqueta.

44
Folgoron gli occhi d'un dolce sereno,
ove sue face tien Cupido ascose;
l'aier d'intorno si fa tutto ameno
ovunque gira le luce amorose.
Di celeste letizia il volto ha pieno,
dolce dipinto di ligustri e rose;
ogni aura tace al suo parlar divino,
e canta ogni augelletto in suo latino.

45
Con lei sen va Onestate umile e piana
che d'ogni chiuso cor volge la chiave;
con lei va Gentilezza in vista umana,
e da lei impara il dolce andar soave.
Non può mirarli il viso alma villana,
se pria di suo fallir doglia non have;
tanti cori Amor piglia fere o ancide,
quanto ella o dolce parla o dolce ride.

  46
Sembra Talia se in man prende la cetra,
sembra Minerva se in man prende l'asta;
se l'arco ha in mano, al fianco la faretra,
giurar potrai che sia Diana casta.
Ira dal volto suo trista s'arretra,
e poco, avanti a lei, Superbia basta;
ogni dolce virtù l'è in compagnia,
Biltà la mostra a dito e Leggiadria.

47
Ell'era assisa sovra la verdura,
allegra, e ghirlandetta avea contesta
di quanti fior creassi mai natura,
de' quai tutta dipinta era sua vesta.
E come prima al gioven puose cura,
alquanto paurosa alzò la testa;
poi colla bianca man ripreso il lembo,
levossi in piè con di fior pieno un grembo.

48
Già s'inviava, per quindi partire,
la ninfa sovra l'erba, lenta lenta,
lasciando il giovinetto in gran martire,
che fuor di lei null'altro omai talenta.
Ma non possendo el miser ciò soffrire,
con qualche priego d'arrestarla tenta;
per che, tutto tremando e tutto ardendo,
così umilmente incominciò dicendo:

49
"O qual che tu ti sia, vergin sovrana,
o ninfa o dea, ma dea m'assembri certo;
se dea, forse se' tu la mia Diana;
se pur mortal, chi tu sia fammi certo,
ché tua sembianza è fuor di guisa umana;
né so già io qual sia tanto mio merto,
qual dal cel grazia, qual sì amica stella,
ch'io degno sia veder cosa sì bella".

50
Volta la ninfa al suon delle parole,
lampeggiò d'un sì dolce e vago riso,
che i monti avre' fatto ir, restare il sole:
ché ben parve s'aprissi un paradiso.
Poi formò voce fra perle e viole,
tal ch'un marmo per mezzo avre' diviso;
soave, saggia e di dolceza piena,
da innamorar non ch'altri una Sirena:

 

Iulo e Simonetta

51
"Io non son qual tua mente invano auguria,
non d'altar degna, non di pura vittima;
ma là sovra Arno innella vostra Etruria
sto soggiogata alla teda legittima;
mia natal patria è nella aspra Liguria,
sovra una costa alla riva marittima,
ove fuor de' gran massi indarno gemere
si sente il fer Nettunno e irato fremere.

52
Sovente in questo loco mi diporto,
qui vegno a soggiornar tutta soletta;
questo è de' mia pensieri un dolce porto,
qui l'erba e' fior, qui il fresco aier m'alletta;
quinci il tornare a mia magione è accorto,
qui lieta mi dimoro Simonetta,
all'ombre, a qualche chiara e fresca linfa,
e spesso in compagnia d'alcuna ninfa.

53
Io soglio pur nelli ociosi tempi,
quando nostra fatica s'interrompe,
venire a' sacri altar ne' vostri tempî
fra l'altre donne con l'usate pompe;
ma perch'io in tutto el gran desir t'adempi
e 'l dubio tolga che tuo mente rompe,
meraviglia di mie bellezze tenere
non prender già, ch'io nacqui in grembo a Venere.

54
Or poi che 'l sol sue rote in basso cala,
e da questi arbor cade maggior l'ombra,
già cede al grillo la stanca cicala,
già 'l rozo zappator del campo sgombra,
e già dell'alte ville il fumo essala,
la villanella all'uom suo el desco ingombra;
omai riprenderò mia via più accorta,
e tu lieto ritorna alla tua scorta".

55
Poi con occhi più lieti e più ridenti,
tal che 'l ciel tutto asserenò d'intorno,
mosse sovra l'erbetta e passi lenti
con atto d'amorosa grazia adorno.
Feciono e boschi allor dolci lamenti
e gli augelletti a pianger cominciorno;
ma l'erba verde sotto i dolci passi
bianca, gialla, vermiglia e azurra fassi.

 

Iulio e Simonetta

Parafrasi riassuntiva

Il giovane e bellissimo Iulio si è recato nel bosco per trascorrere la sua giornata, come per abitudine, tra la caccia e le armi; disprezzando l’amore e coloro che ne restano vittime.

Per questo motivo Cupido decide di punirlo: aspetta il momento più buono e con la semplice aria compone l’immagine di una bellissima cerva.

Iulio, vedendo lo splendido animale, non riesce a resistere e corre subito all’inseguimento.

Dopo una lunga ma vana corsa, quando il destriero guidato dal giovane comincia a mostrarsi chiaramente affannato, la cerva sembra rallentare fino a sparire proprio davanti ai suoi occhi.

È a questo punto che Cupido riesce a mettere in opera il suo piano: agli occhi di Iulio, infatti, appare la magnifica visione di una donna bellissima, simile ad una ninfa, che siede tranquilla al centro di una radura.

Subito Cupido, nascosto dentro agli occhi della bella fanciulla, lancia uno dei suoi dardi al giovane Iulio che viene investito improvvisamente dal “gran foco” d’amore.

Egli non azzarda proferire parola e rimane nascosto ad ammirare l’incredibile bellezza della fanciulla.

Commento contenutistico

Il brano analizzato è tratto dalle “Stanze per la giostra” di Angelo Poliziano, poemetto idilliaco di stampo mitologico in cui l’autore opera una trasfigurazione della realtà in chiave mitica ed ideale. Egli celebra, in questa sua opera a carattere encomiastico, la figura di Giuliano de’ Medici; tuttavia i personaggi, ma anche i fatti, che Poliziano narra, non sono riportati in modo realistico, bensì in chiave mitologica.

Le “Stanze per la giostra” fu concepito nel 1475 per celebrare la vittoria di Giuliano in una giostra; ma il poemetto non accenna neppure al motivo delle armi, che è del tutto estraneo alla sensibilità del Poliziano, bensì canta il trionfo di Amore sulla violenza della guerra.

L'opera si sviluppa lungo la storia di Iulio, un uomo dedito solo alla caccia e contrario all'amore. Cupido decide allora di colpirlo con una delle sue frecce facendolo innamorare di Simonetta, una bellissima fanciulla che incontra un giorno nel bosco.

In Iulio si propone l’immagine del perfetto cavaliere-cortigiano, che basa la sua cultura su un equilibrato connubio tra l’educazione del corpo e quella dello spirito. La prima parte del brano è tutta concentrata sull’attività della cacci, ma più avanti, dalle colte parole di lode che Iulio pronuncerà di fronte a Simonetta, diventa evidente come la sua preparazione di cavaliere non si basi solo sull’esercizio fisico, ma anche su quello intellettuale-umanistico.

L’apparizione di Simonetta nel bosco, invece, richiama molto agli ideali femminili di Dante; tuttavia

se le donne stilnovistiche erano di origine paradisiaca in senso cristiano, in Poliziano l’idea del paradiso si mantiene, però viene privata dell’elemento religioso. All’apparizione evanescente di Simonetta, infatti, pare “s’aprissi un paradiso” (50, 4); ma si tratta decisamente di un paradiso laico, molto lontano da quello dantesco.

Costruzioni intellettuali e tormenti mistici tipici dell’epoca precedente vengono quindi sostituiti dai concetti platonici che esaltano e spiritualizzano la bellezza, da un lato, e da quelli naturalistici dell’amore (presenti già in Boccaccio) come sentimento primordiale a cui non si può resistere, che dev’essere colto nel momento del suo fiorire.

Per questo motivo si può dire che Iulio è un po’ un Petrarca senza pentimento, che esalta cioè la donna come ideale di bellezza senza però pensare né preoccuparsi di mettere in questo modo la figura di Dio in secondo piano.

Iulio e Simonetta, tuttavia, pur essendo le figure dominanti che dovrebbero dare il tono al poemetto, vengono ritratte solamente in certi loro aspetti esteriori e particolari rimanendo prive di intimità. Stupendamente poetica è però la cornice in cui sono inquadrate, l'atmosfera in cui esse si muovono e vivono. Quella di Poliziano non è dunque un'arte dai sensi sottili e complicati o dalle profonde intuizioni psicologiche, ma un'arte di ispirazione prevalentemente pittorica.

La natura di questo autore, infatti, è diversa da quella del Petrarca, dove ha un significato psicologico, o da quella di Dante, che ha invece un significato allegorico.

Qui la natura fa da sfondo e permette ai personaggi di definirsi, entrambi immersi in un' armonia pura: canti d' uccelli, sussurrio di foglie, fiori variopinti, cioè un intreccio stupendo di elementi visivi, auditivi ed olfattivi, ma sopra di essi regna l' immagine della donna che con la sua bellezza riesce a conferire anche al locus amoenus un' aura di sovrannaturale. Tutto è bello perché la donna anima ed abbellisce la natura.

Tramite i motivi fondamentali del locus amoenus, in conclusione, il poeta intona un vero e proprio inno e glorifica, contemporaneamente, gli ideali di giovinezza e bellezza.

Commento stilistico

Per quanto riguarda il lessico, quella usata da Poliziano in questo poemetto è una lingua letteraria e aulica e il discorso risulta inoltre intessuto di reminiscenze e citazioni di parole, clausole, immagini tratte dai classici latini e greci (vedi il dio Cupido).

La sintassi si presenta agli occhi del lettore moderno piuttosto complessa e ricca di subordinate, ma soprattutto di inversioni all’interno del periodo, tipiche del linguaggio poetico in genere.

La “Stanza della giostra” è composta da strofe contenenti ognuna otto versi endecasillabi che, in misura, corrispondono equilibratamente con la lunghezza delle proposizioni.

Lo schema metrico presente è ABABAB CC e le figure retoriche utilizzate sono:

- ALLITTERAZIONE: “del foder trasse fuor la fida spada” (35, 2)

                             “e già tutto el destrier sente affannato” (37, 4)

                             “ristringe al corridor la briglia e lo raffrena sovra alla verdura” (38, 3-4)

- ANAFORA: “invan” ripetuto ai versi 36, 1-2

                  “candida” ripetuto al verso 43, 1

                  “occhi” ripetuto al verso 41, 6

- ENUMERAZIONE: “le braccia fra sé loda e ‘l viso e ‘l crino, e ‘n lei discerne un non so che 

                             divino” (42, 7-8) = polisindeto e climax ascendente.

- INVERSIONE: “Ma poi che ‘nvan dal braccio el dardo scosse” (35, 1) = anastrofe

                       “di celeste letizia il volto ha pieno” (44, 5) = anastrofe

- SIMILITUDINE: strofa 39 = similitudine tra Iulio che cade nella trappola di Cupido ed una 

                                          tigre ingannata dal cacciatore

                         strofa 36 = similitudine tra il mitico Tantalo e Iulio, che non riesce a 

                                          raggiungere la cerva nel momento che più la desidera

- METAFORA: “Fòlgoron gli occhi” (44, 1)

- METONIMIA: “luci amorose” (44, 4) = si riferisce agli occhi di Simonetta

- OSSIMORO: “umilmente superba” (43, 4)

- IPERBOLE: “ghiacciato sudor” (41, 4)

- LITOTE: “pur mai non la prende” (36, 4)
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