Giovanni Berchet

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Giovanni Berchet

Giovanni Berchet (Milano 1783 – Torino 1851)

Noto a molti come iniziatore teorico del romanticismo italiano per il successo della Lettera semiseria (mentre è l’ultimo uscito dei “manifesti”) il milanese Berchet ha iniziato la sua attività letteraria come traduttore degli autori preromantici inglesi: Il bardo di Gray, Il vicario di Wakefield di Goldsmith.

 Fu poeta, critico e traduttore. Nella Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliuolo, pubblicata nel 1816, avviò, assieme a Borsieri e Di Breme, la battaglia romantica, proseguita sul Il Conciliatore, a favore di una poesia accessibile a un pubblico ampio, identificato nella borghesia considerata la classe sociale dotata della cultura sufficiente per apprezzare gli scritti del tempo.
Partecipò attivamente al Risorgimento italiano, aderendo alla Carboneria ma nel 1821, per evitare l’arresto, fu costretto a fuggire, visitando parecchi paesi europei. Si stabilì, quindi, a Torino dove morì.

 

FANTASIE

Il giuramento di Pontida fa parte delle Fantasie, una lunga romanza, divisa in cinque parti, di argomento storico-patriottico. L’opera di Berchet rompe con la tradizione creando un modello epico-lirico, dal ritmo concitato e popolare, assai imitato dai poeti civili del Risorgimento. Lo stile mescola il decoro classicistico con modi e lessico attinti dal linguaggio popolare, presentando un ritmo acceso che ben si concilia con il vigoroso entusiasmo civile che caratterizza i versi.

La pagina di storia che Berchet recupera, al fine di proporne l’esemplarità, è medievale: siamo nel XII secolo, all’epoca di Federico Barbarossa. Il giuramento di Pontida rievoca l’alleanza stretta tra i Comuni lombardi contro il Sacro Romano Impero di Federico, sancita il 7 aprile 1167 presso l’abbazia di Pontida, e formata da Milano, Lodi, Ferrara, Piacenza e Parma. Il 1 dicembre 1167 venne allargata tramite l’alleanza con la Lega Veronese ed altri Comuni, che portò nella Lega ben 26 (in seguito 30) città dell’Italia settentrionale, tra cui Crema, Cremona, Mantova, Piacenza, Bergamo, Brescia, Milano, Bologna, Padova, Reggio nell’Emilia, Treviso, Venezia, Vicenza, Verona, Lodi, e Parma e che venne detta Concordia.
La Lega godeva del supporto di Papa Alessandro III, anch’egli desideroso di veder declinare il potere imperiale in Italia. Il papa, infatti, aveva tutte le ragioni di temere Federico in quanto la spedizione che l’imperatore stava preparando era in parte rivolta contro di lui e Alessandro III si aspettava di vedere ben presto l’esercito imperiale comparire sotto le mura di Roma. Era necessario, dunque, fermare l’avanzata germanica. La città di Alessandria, fondata in Piemonte dalla Lega Lombarda, prese il suo nome proprio dal Pontefice e nacque come fortezza antimperiale ai confini del marchesato del Monferrato, alleato del Barbarossa.

Ma perché mai Berchet si sofferma proprio su questo episodio della storia medievale per spronare i suoi contemporanei alla ribellione contro l’oppressione austriaca? Non dobbiamo dimenticare che il Romanticismo aveva recuperato il Medioevo come età storica esemplare. Consideriamo che si era inaugurato il filone storico con il romanzo di Walter Scott Ivanhoe ambientato in Inghilterra intorno al 1194. A favorire la diffusione del romanzo di carattere storico in Italia fu indubbiamente il grande valore dei Promessi sposi, ma soprattutto le caratteristiche della situazione politica italiana che spronava i romanzieri a farsi portavoce delle vicende storiche dell’Italia che si erano susseguite dal Medioevo al Risorgimento, riportando esempi eroici di libertà e di resistenza all’oppressione dello straniero. Se Manzoni scelse per il suo capolavoro un’ambientazione risalente al XVII secolo, per le tragedie preferì, invece, attenersi al modello di Scott: nacquero, così, Il conte di Carmagnola e l’Adelchi, entrambe di ambientazione medievale. Stesse scelte operarono altri scrittori: tra i romanzi storici successivi ebbe, ad esempio, un particolare successo il Marco Visconti (1834) che Tommaso Grossi scrisse sull’esempio manzoniano ma svolgendo ampiamente temi cavallereschi e pittoreschi legati al Medioevo di maniera.

 

Dal punto di vista metrico, Il giuramento di Pontida è scritto in settenari ed endecasillabi.

L’han giurato gli ho visti in Pontida
convenuti dal monte e dal piano.
L’han giurato e si strinser la mano
cittadini di venti città
Oh spettacol di gioia! I Lombardi
son concordi, serrati a una Lega.
Lo straniero al pennon ch’ella spiega
col suo sangue la tinta darà
.

Fin dall’inizio colpisce la reiterazione di quel L’han giurato che scandisce con forza elementare il racconto epico. La Lega che unisce venti città suscita un’enfasi di giubilo da parte del poeta che vuole trascinare il lettore verso l’epilogo sperato: il pennone, lo stendardo della Lega, presto sarà tinto di rosso con il sangue dello straniero.

Più sul cener dell’arso abituro
la lombarda scorata non siede.
Ella è sorta. Una patria ella chiede
ai fratelli, al marito guerrier.
L’han giurato. Voi donne frugali,
rispettate, contente agli sposi,
voi che i figli non guardan dubbiosi,
voi ne’ forti spiraste il voler
.

Nei primi due versi c’è il palese riferimento alle punizioni che Barbarossa infliggeva ai Comuni ribelli: Milano, ad esempio, fu bruciata nel 1162. Ma ormai la popolazione è insorta e, attraverso l’unione, rivendica il diritto ad una Patria. E questa risolutezza deriva ai mariti e ai fratelli guerrieri dalle donne: modeste, onorate, fedeli agli sposi, guida sicura per i figli fiduciosi e ispiratrici dell’amor patrio agli uomini forti, pronti a combattere per la libertà dal giogo straniero. In questi versi prende forma il modello ideale della donna ottocentesca: sorella, sposa, madre di eroi, ispiratrice dei grandi ideali di Dio, Patria e famiglia.

Perché ignoti che qui non han padri
qui staran come in proprio retaggio?
Una terra, un costume, un linguaggio
Dio lor anco non diede a fruir?
La sua patria a ciascun fu divisa.
È tal dono che basta per lui.
Maledetto chi usurpa l’altrui,
chi il suo dono si lascia rapir
!

Il poeta si chiede perché degli uomini ignoti, stranieri, che non possono vantare né discendenza né eredità, debbano appropriarsi di una terra non loro. Secondo il dottrinarismo liberale ottocentesco, la Nazione si distingue per aver avuto in dono, direttamente per volontà divina, la terra, i costumi e la lingua. Chi usurpa ciò che non gli appartiene non ha, tuttavia, meno colpe di chi permette che altri si approprino del dono che hanno ricevuto. Questa “maledizione” ha lo scopo di smuovere le coscienze e far sì che gli Italiani possano combattere uniti contro lo straniero per recuperare ciò che in modo illegittimo gli è stato sottratto.

Su, Lombardi! Ogni vostro Comune
ha una torre, ogni torre una squilla:
suoni a stormo. Chi ha un feudo una villa
co’ suoi venga al Comun ch’ei giurò
Ora il dado è gettato. Se alcuno
di dubbiezze ancora parla prudente,
se in suo cor la vittoria non sente,
in suo cuore a tradirvi pensò
.

Ecco che il richiamo si fa esplicito: Su, Lombardi è giunto il momento di reagire. In ogni Comune la campana faccia sentire i suoi rintocchi e tutti gli abitanti dei feudi si rechino nel Comune cui hanno giurato fedeltà. Ora il dado è gettato, chiara eco di quel Alea iacta est di cesariana memoria; non si può tornare indietro né si possono nutrire dubbi. L’accenno a qualche possibile ripensamento esprime efficacemente il clima di sospetto e di timore che caratterizzava gli ambienti del patriottismo clandestino dell’epoca. Il tradimento era sempre possibile ma era nello stesso tempo un rischio che bisognava correre.

Federigo? Egli è un uom come voi.
Come il vostro è di ferro il suo brando.
Questi scesi con esso predando,
come voi veston carne mortal.
- Ma son mille più mila – Che monta?
Forse madri qui tante non sono?
Forse il braccio onde ai figli fer dono,
quanto il braccio di questi non val
?

L’imperatore, nominato in questo passo per la prima volta, è un uomo come tanti altri, nel pugno stringe una spada di ferro esattamente come i Lombardi pronti a fronteggiarlo e i suoi soldati sono fatti di carne ed ossa proprio come qualsiasi mortale. Il numero dei nemici non deve spaventare perché anche le madri lombarde hanno tanti figli e hanno trasmesso, nel partorirli, la forza di cui sono dotate al pari delle madri tedesche. In questo passo è evidente che Berchet usi argomenti incoraggianti per spronare un popolo indebolito dalla servitù e dalla scarsa fiducia in se stesso.

Su! Nell’irto increscioso Alemanno,
su, lombardi, puntate la spada:
fare vostra la vostra contrada
questa bella che il ciel vi sortì.
Vaghe figlie del fervido amore,
chi nell’ora dei rischi è codardo,
più da voi non isperi uno sguardo,
senza nozze consumi i suoi dì
.

Anche in quest’altra ottava il poeta cerca di infondere coraggio negli uomini affinché essi, puntando la spada nell’ispido e selvaggio (aggettivi che denotano perlopiù il carattere morale del popolo tedesco, aspro e ostile) petto dei tedeschi, si riprendano quella terra che Dio ha concesso loro, altrimenti non sperino nemmeno di poter conquistare il cuore delle donne. Esse, infatti, devono premiare la virtù e castigare la viltà dei loro uomini.

Presto, all’armi! Chi ha un ferro l’affili;
chi un sopruso patì sel ricordi.
Via da noi questo branco d’ingordi!
Giù l’orgoglio del fulvo lor sir
Libertà non fallisce ai volenti,
ma il sentier de’ perigli ell’addita;
ma promessa a chi ponvi la vita
non è premio d’inerte desir
.

In quest’altra strofa si ribadisce lo stesso concetto: le armi devono essere affilate, pronte a fronteggiare l’invasore che, senza freno, ha tolto al popolo ciò che era loro. Per incitare con più forza i suoi concittadini, Berchet, attraverso l’esempio del Lombardi alleati, li invita a ricordare dei soprusi subiti. La libertà non viene meno a chi la desidera; tuttavia essa addita un percorso pieno di pericoli, concedendosi solo a chi è disposto a morire per lei perché non può essere offerta in premio per gli ignavi e i velleitari.

Gusti anch’ei la sventura, e sospiri
l’Alemanno i paterni suoi fochi;
ma sia invan che il ritorno egli invochi,
ma qui sconti dolor per dolor.
Questa terra ch’ei calca insolente,
questa terra ei morda caduto;
a lei volga l’estremo saluto,
e sia il lagno dell’uomo che muor
.

Nell’epilogo della poesia, l’autore trascina il lettore nell’immaginazione della vittoria sullo straniero: il tedesco sofferente sospiri pensando al suo focolare domestico ma invochi il ritorno invano perché deve provare lo stesso dolore che ha cagionato alle popolazioni sottomesse. L’insolenza con cui ha calpestato un suolo non suo possa farlo cadere definitivamente e, morente, rivolga l’ultimo saluto e l’estremo sospiro alla Patria perduta.
In questi ultimi versi Berchet sfiora, nell’incitazione alla lotta, un inconscio sentimento di crudeltà che si discosta dalla visione tipicamente romantica rivolta al culto della Fede. Non c’è, come in Manzoni, quel provvidenzialismo che, attraverso la sofferenza, porta alla soddisfazione finale del desiderio. Il nemico, prima visto in tutta la sua umanità (vedi seconda strofa), qui assume quasi la connotazione della vittima, ma egli è soprattutto vittima di quella violenza che lui stesso ha generato.

 

IL SIGNIFICATO DELLA LETTERA SEMISERIA E DEI POEMETTI
In questo contesto di sostanziale accoglienza dell'invito della de Staël, e sentitosi particolarmente stimolato in un'opera traduttoria di diffusione del nuovo tipo di letteratura tedesca, si pone anche il Berchet della Lettera semiseria. Essa costituisce il manifesto teorico del nostro romanticismo, e compendia in modo efficace le idee dei romantici lombardi. La poesia tedesca - sostiene il Berchet - è più viva di quella italiana, perché capace di parlare all'anima del popolo, e non irrigidita in una sterile imitazione dei classici: se l'Italia non è nazione, ciò è anche causato dal fatto che la letteratura ha abdicato dalla sua funzione educativa, estraniandosi troppo dalla realtà viva del popolo e della storia. Né è possibile rinchiudersi in uno sterile concetto di Bellezza assoluta, perché quel concetto muta e diviene con le diverse età, ed ogni popolo elabora un proprio modello di bellezza che ne riflette ed esprime la vita. Tuttavia il Berchet, nella sua adesione a certe sollecitazioni provenienti d'Oltralpe, non recepì molti degli aspetti del primo romanticismo tedesco: cioè l'esaltazione della passione, del lato oscuro dell'esistenza, il sentimento dell'impotenza della ragione, l'esasperata sensibilità di fronte ai misteri, e primo fra tutti quello del rapporto fra l'uomo e la natura, lasciarono sostanzialmente indifferenti i nostri romantici, i quali invece recepirono soprattutto quei precetti poetici che volevano svecchiare la poesia, per renderla nuovamente uno strumento capace di incitare il popolo a   una nuova coscienza, di spronarlo verso la libertà e l'indipendenza.

Va anche aggiunto che la maggiore importanza della riflessione berchettiana risiede nel definire una nuova funzione del letterato all'interno della società: accogliendo l'idea della letteratura "popolare" e "nazionale", contraria alla dipendenza dai modelli classici, il Berchet pone con forza il ruolo del poeta come di colui il quale possa essere autentico interprete e mediatore degli interessi generali del pubblico nazionale. Risulta immediatamente chiaro che parlando di letteratura "popolare", il Berchet ha in mente un pubblico ben definito, senza di cui peraltro tutta la sua produzione letteraria non sarebbe pensabile: si tratta del ceto medio, liberale e cattolica, che il Berchet distacca nettamente da altri tipi di lettori, da lui scherzosamente definiti degli "ottentoti" e dei "parigini". Anche se l'autore è lungi dal voler indicare specificamente con tali definizioni due precise e definite classi sociali, ma intende piuttosto condannare chi si accosta alla letteratura con un atteggiamento troppo aristocraticamente raffinato o estetizzante (i parigini), oppure rozzamente utilitaristico (gli ottentoti), risulta ben chiaro che gli uni e gli altri rappresentano gli estremi da evitare: le classi aristocratiche, che si irrigidiscono in una valutazione del gusto orientato a modelli giudicati prestigiosi (classicismo), e la "plebe affamata", che non sarà mai in grado di aprirsi alla luce spirituale della cultura. Ma il poeta comunque non è più parte d'un'élite olimpica, anzi, e qui sta la vera novità, deve "gradire alla moltitudine", mettere la sua arte al servizio della gente, e farsi così motore essenziale del progresso sociale e civile. Il componimento poetico deve quindi riuscire a proporre motivi accettabili alla mentalità comune, e non contrastare coi sentimenti, le norme etiche e gli atteggiamenti culturali tipici del ceto medio. Né dovrà la poesia escludere la religiosità, rifacendosi però a quella del Medio Evo, a quel cristianesimo cioè non ancora corrotto dagli eccessi panteistici e materialistici del Rinascimento o impoverito dalla reazione rigorista e repressiva controriformistica. Il compito dunque del poeta sta nel disvelare la comunità a se stessa, esprimendone le esigenze profonde. Ma queste necessità sono pur sempre da ricondurre nell'ambito della ortodossia cattolica.

Nei Poemetti il Berchet cerca di attualizzare il suo progetto di poesia. Accoglie l'idea manzoniana della rivalutazione dei metri parisillabi (ottonario, decasillabo), sviluppando un linguaggio che cerca di riprodurre le movenze e le cadenze del melodramma, e che presenta due componenti: una epico-narrativa, ed una lirico-effusiva. Nessun approfondimento psicologico o costruzione completa di personaggi sta a cuore al Berchet dei Profughi o delle Fantasie: i protagonisti si presentano privi di intimità, ma colti solo nel momento dell'azione, come sul palcoscenico davanti a un pubblico.

 

 


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