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Pedagogisti: Friedrich Froebel

Pedagogisti: Friedrich Froebel

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Friedrich Froebel è un pedagogista tedesco, vissuto tra la fine del 1700 e l'inizio del 1800. È una figura fondamentale nel panorama educativo.

L’educazione per Froebel, ha un compito fondamentale: aiutare l’uomo a scoprire la propria destinazione particolare. La destinazione particolare dell’uomo, il suo compito particolare, in quanto intelligente e ragionevole, consiste nell’acquistare piena consapevolezza, viva conoscenza, chiara penetrazione della sua essenza, del divino che è in lui, di Dio, della sua destinazione, del suo compito e, con libertà e spontaneità, praticare, rendere efficace e manifesto tutto ciò nella vita". Di conseguenza, l’educare significa, secondo Froebel, "stimolare l’uomo come essere che diviene consapevole di sé, pensa, intende se stesso, alla rappresentazione pura e incontaminata, consapevole e libera della legge interiore, del divino e additargli i mezzi e il cammino che vi conducono".

Froebel pertanto afferma che l’educazione, l’istruzione, l’insegnamento, debbono fin dal principio, fin dai loro primi elementi, lasciar fare, secondare e non prescrivere, determinare, intervenire, perché "l’azione del divino è necessariamente buona; quando non sia turbata, deve essere buona, non può essere altro che buona". Ogni intervento esterno, pertanto, che sia prescrittivo "non può non turbare, impedire, annientare l’azione del divino e gli uomini stessi considerati nella loro purezza e nella loro sanità originaria". Tuttavia, osserva Froebel, possono verificarsi delle eccezioni. "Veramente, egli scrive, la natura, specie nell’uomo, ci mostra raramente il suo stato integro, originario; ma tanto più questo deve essere presupposto, specialmente nei singoli uomini, finché non si riveli con certezza il contrario; altrimenti lo stato integro e originario, là dove si trovasse ancora nella sua sanità, potrebbe andare facilmente distrutto. Se però dal complesso dell’uomo che si deve educare, sorge la certezza dell’alterazione dell’elemento originario, se questa alterazione proviene con certezza dall’interno e dal tutto esterno, allora subentra addirittura, in tutta la sua energia, la forma di educazione che determina ed esige".

L’intervento educativo in questo caso come "organo della necessità" ha il compito di instaurare la libertà, la legge, l’autodeterminazione; di suscitare, cioè, la libera volontà interiore dell’educando, giacché solo la prescrizione che seconda la natura, esercita una reale efficacia educativa.

Froebel sostiene che, molto spesso, nell’educare si commette un grande errore: non educare il bambino per quello che è ma per quello che sarà (concetto già vivo in Rousseau), errore perpetrato a causa dell’errata considerazione della evoluzione psichica del bambino, analizzata in tappe delimitate che evidenziano la diversità di questo dall’adulto, consigliando erroneamente una educazione rapportata alle caratteristiche che il fanciullo dovrà avere da grande, e non a quelle che ha realmente nei momenti della sua crescita. Per il nostro, infanzia, fanciullezza, adolescenza, giovinezza, virilità, vecchiaia, sono espressione di un "continuum" di uno sviluppo psichico che vive e si costruisce sulle esperienze e sviluppo precedenti. Ogni intervento educativo deve essere cosciente del momento "sincronico" in un cammino "diacronico" nel quale si torna ad agire. In particolare, l’educazione deve tenere presente il grado di conoscenza e di azione del bambino, che si esplica nello sviluppo progressivo di tre forze: religione, laboriosità e temperanza. "là dove agiscono queste tre forze indivisibili, sostiene Froebel, ivi è il paradiso in terra". Froebel è riuscito a trattare soltanto i primi due stadi: l’infanzia e la fanciullezza.

L’azione educativa dovrà essere consapevole delle caratteristiche di ciascun periodo e sviluppare (secondo queste caratteristiche), le tre forze indivisibili: della religione per mezzo della parola e dell’esempio, della laboriosità per mezzo del gioco e delle attività di lavoro, della temperanza mediante il tirocinio della volontà. Le tre forze si sviluppano, inoltre, utilizzando anche altri modi di esprimersi: il disegno, il ritmo, il canto, la fiaba.

L’infanzia (dalla nascita ai sei anni) viene distinta in:

Prima infanzia (fino ai due-tre anni) e seconda infanzia quando, ormai, il bambino è in grado di parlare. La prima infanzia in cui predomina il momento senso-motorio ha per ambiente educativo la famiglia. Il bambino è incapace di distinguere gli oggetti fra loro, e se stesso dagli oggetti. La madre, parlandogli, gli fa acquisire progressivamente tali distinzioni. Il bambino sviluppa la capacità di possedere oggetti con il manipolarli se sono vicini, con il muoversi verso di essi se sono lontani. Il possesso degli oggetti stimola il desiderio di sapere che il bambino manifesta mediante domande e tentativi di esaminarli, di rappresentarli, di averne la nozione quantitativa.

Nella seconda infanzia predomina il momento espressivo; il bambino con la sua attività e con il linguaggio, prende coscienza di sé e delle sue possibilità. In questo periodo, il bambino deve essere seguito, non dalla famiglia ma deve essere inserito in un nuovo ambiente educativo: il giardino d’infanzia .Il giardino d’infanzia non è un surrogato dell’ambiente familiare, ma un suo ampliamento per soddisfare anche i bisogni emersi dalla partecipazione della donna al lavoro extradomestico; non è una casa di custodia (l’asilo) e neppure una scuola elementare prematura: è una istituzione nuova con specifiche finalità (lo sviluppo della personalità del bambino), programmi e metodi. E’ l’ambiente naturale del bambino, dove egli cresce come una pianta, è una comunità educativa centrata sul bambino e, quindi, sul riconoscimento dell’importanza di questa età per il suo sviluppo successivo.

La didattica del giardino d’infanzia è centrata, pertanto, sull’attività del bambino. Il suo punto di partenza, infatti, è fare, il produrre, il realizzare del bambino, per portarlo, mediante il simbolismo, al pensare e alla acquisizione di una interpretazione della realtà. Il "simbolo" è un portatore di significato; uno speciale segnale, ossia un mezzo per comprendere una verità o rappresentare una realtà al momento incomprensibile o inaccessibile. Il "simboleggiare", quindi, è una specie di capacità intuitiva o precognitiva che permette di cogliere al di là del simbolo la verità o la realtà che esso nasconde. Il simbolo, pertanto, oltre ad essere una tipica espressione cognitiva e comportamentale dell’uomo, è un modo di comunicare, quando altre modalità non sono possibili. Froebel utilizza, appunto, questo mezzo per avviare il bambino alla comprensione della realtà.

Come detto in precedenza, lo sviluppo psichico del bambino è influenzato direttamente da tre forze: religione, laboriosità e temperanza; nella seconda infanzia tuttavia prevalgono le prime due con i loro contenuti precipui: rispettivamente il gioco e le occupazioni.

Il "gioco" che consente al bambino di partecipare alla creatività divina, scoprendo il divino che è in lui, può essere spontaneo e provocato. Giochi spontanei sono quelli che il bambino fa di sua iniziativa; provocati quelli che fa con materiale che gli viene offerto. Questo materiale costituisce ciò che Froebel chiama i "doni" e che viene utilizzato in base al noto principio della continuità e della gradualità: I "doni" hanno una duplice finalità: lo sviluppo della capacità espressiva, dell’immaginazione, della socializzazione, e l’avviamento alla comprensione della legge universale della realtà (l’unicità, la mobilità, la stabilità, la costanza, la quiete, ecc.). I doni sono sei: la palla; una sfera e un cubo di legno; un cubo diviso in metà da ogni lato, per cui si hanno otto piccoli cubi; un cubo diviso in otto mattoncini di legno; un cubo sezionato due volte in ogni senso, per cui si hanno 27 piccoli cubi, parecchi dei quali, a loro volta, sono divisi diagonalmente; 27 mattoncini per le costruzioni dei piani.

La laboriosità si esprime, oltre che nel gioco, nelle occupazioni (costruzioni, lavori di intreccio, di taglio, di piegatura, di collage, di modellaggio, di giardinaggio), che hanno anch’esse l’obiettivo di promuovere lo sviluppo del bambino e, nel contempo, aiutarlo a comprendere la realtà e metterlo in contatto con realtà diverse.

Il lavoro, rappresentato dalle occupazioni, quindi, permette di "dare una forma esteriore allo spirituale, al divino che sono insiti in noi e per riconoscere, così, la propria essenza spirituale e divina". Il lavoro, pertanto, non è solo un mezzo per conservare l’involucro corporeo, ma è un mezzo di espressione spirituale e, per impedire che si meccanizzi, occorre unirlo alla religione.

 

 

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