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FILOSOFI : Nietzsche

FILOSOFI : Nietzsche

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Nietzsche ha la nascita a Roecken, un paese nelle vicinanze di Lipsia. Presto rimasto orfano di padre, si trasferisce con la famiglia a Naumburg dove comincia gli studi.

Opere principali: La nascita della tragedia in Grecia (1872); Umano, troppo umano (1878); Così parlò Zarathustra (1883); Aldilà del bene e del male (1886); Sulla genealogia della morale (1887); Il crepuscolo degli idoli (1888); L'Anticristo (1888); Ecce homo (1888).

Nietzsche considera tutto la filosofia occidentale come un sistema per trovare il rimedio alle paure degli uomini, alla paura della morte, del vuoto, del nulla, del caos. Ma la vita, per Nietzsche, è caos, è paura, è morte, è vuoto, ma non solo, è anche pienezza di sé e della propria volontà, volontà di potenza.
Ciò che la filosofia occidentale vuole negare, a partire da Socrate, è proprio questo caos, questa indeterminatezza vitale, e così facendo va contro la natura dell'uomo, lo irrigidisce entro schemi artificiosi privandolo della possibilità di essere realmente ciò che è, ovvero slancio vitale e irrazionale.

In sostanza per Nietzsche, ogni forma di verità definitiva risente di una rigidità e di una incompletezza tale che non potrà mai coincidere con la realtà di una esistenza costantemente mutevole. La realtà è caos e contraddizione, e in ciò è talmente complessa che ogni tentativo di imporle un ordine fallisce, diventa menzogna consolatoria.

Ecco allora che tutta la filosofia occidentale, ogni menzogna religiosa e filosofica, ogni sistema morale e metafisico, non sono altro che rimedi, apparati di pensiero che vogliono rendere la vita più sopportabile ma che non rispecchiano la complessità della realtà.

Il rimedio proposto dai vari edifici filosofici e religiosi finiscono per illudere l'uomo che non esiste caos e indeterminatezza: in realtà il rimedio al male è peggiore del male stesso in quanto illude e confina gli uomini in un mondo che risulta artificiale e illusorio, contronatura.

Il senso del divenire

Nietzsche fa suo l'assunto per cui il divenire è la verità del mondo: le cose hanno un carattere diveniente, mutabile, storico, temporale, contingente, ovvero ogni cosa non può e non potrà mai essere eterna e immutabile.

L'uomo nuovo, l'oltre-uomo, è colui che accetta il divenire nella sua assurdità, nel suo paradosso di irrazionalità e di imprevidibilità, senza ricorrere all'apporto comodo e rassicurante delle certezze e dei rimedi approntati dalla cultura occidentale (cristianesimo e metafisiche consolatorie, morali e falsi ideali).

Nietzsche afferma che l'oltre-uomo deve vivere il ritorno allo spirito della tragedia greca presocratica: nella tragedia greca l'uomo accettava fino in fondo il divenire e l'irrazionale, senza pessimismo e aldilà di ogni rimedio razionale.

L'uomo greco presocratico non era stato ancora corrotto dall'idea socratica che il bene va raggiunto per mezzo della ragione: questa idea apollinea, questo artificio della morale (il bene come disciplina dello spirito) non permette all'uomo di manifestare la sua natura, la sua volontà di potenza (l'uomo greco presocratico trovava dignità nella tragedia, sentiva la vita e non né provava paura).

Lo spirito della tragedia greca era in sostanza lo spirito dionisiaco, l'impulso vitale, l'irrazionale, la volontà di guardare in faccia l'imprevedibile e non fuggire di fronte ad esso.


La morale è dominio dei deboli sui forti

Ogni morale che pretende di essere vera e assoluta in realtà nasconde una falsità: i sentimenti morali nascono in forza di una dimenticanza, l'uomo ha scordato che originariamente la morale era l'insieme delle norme fondate sulla sola utilità comune. La morale si è poi affinata nei secoli trovando il proprio fondamento su altri motivi (sulla paura, per ossequio, per debolezza), dimenticando le sue origini strettamente utilitaristiche.

Ecco allora che "Non esistono fenomeni morali, esiste solo un'interpretazione morale dei fenomeni." La morale non proviene da verità assolute al di sopra degli uomini, non proviene da Dio, la morale è opera dell'uomo, che di volta in volta, all'interno delle singole società, decide a quale verità sacrificarsi.

La morale rappresenta una scissione dell'uomo: egli finisce per credere e all'occorenza morire in nome di idee che non gli appartengono e sono fuori di sé, egli contempla le diverse qualità morali dall'esterno, come entità indipendenti, e finisce per vivere assoggetandosi a dei fantasmi.

La morale entra quindi in conflitto con la piena realizzazione di sé propria dell'oltre-uomo, ne impedisce la libera volontà di potenza, lo spirito creatore. Ogni morale è una forma di risentimento dei deboli verso i più forti, dove i deboli sono coloro che semplificano e costringono la realtà in gabbie ideologiche, coloro che si abbandonano al rimedio religioso del mondo oltre la vita, spegnendo in sé ogni pulsione vitale in nome della paura stessa di vivere.

Debole è quindi ogni individuo che si abbandona al rimedio, forte ogni individuo che ha il coraggio di dire no al rimedio e sì all'accettazione dell'imprevisto, dell'irrazionale, del divenire stesso.
Deboli sono coloro che si nascondono dietro una morale o dietro un idolo (ideale), forti coloro che agiscono in nome della propria forza, del proprio coraggio di fronte al divenire.


L'eterno ritorno

Questo frammento postumo di Nietzsche chiarifica l'essenza dell'eterno ritorno.
Mentre la filosofia razionale e la scienza vogliono ingabbiare tutti i diversi aspetti della realtà caotica in un progetto di leggi, Nietzsche afferma che l'oltre-uomo, liberato dalle gabbie del rimedio razionale, deve accostarsi alla vita come se ogni attimo, ogni secondo, ogni minuto, dovesse ritornare e ritornare, in eterno, in modo da godere dell'infinita gioia di ogni istante imprevedibile.

In sostanza la vita non ha alcun fine, non vi è alcuno scopo o alcun senso, non esiste Dio, il rimedio filosofico e religioso ha fallito: l'oltre-uomo accetta questa mancanza di senso, questa irrazionalità senza alcuna logica, vive e vuole vivere come se tutto dovesse ritornare e ripetersi per ciò che è, un flusso di realtà incontrollabile.

Ma come può Nietzsche affermare l'eterno ritorno dell'uguale se si professa nemico di ogni immutabile? Il tempo non soggiace al volere del divenire: se il divenire può specchiarsi nel presente e nel futuro, il passato, ciò che è stato, appare come eterno e immutabile, non modificabile. Ecco che l'oltre-uomo deve volere l'eterno ritorno, ovvero deve fare in modo che il passato ritorni nella sua vita per rientrare nel flusso del divenire. L'oltre-uomo, munito della sua arma più potente, la volontà di potenza, deve creare da sé l'eterno ritorno delle cose.


La volontà di potenza, il pensiero aristocratico

L'oltre-uomo ha il compito e il dovere di liberarsi dalle gabbie dei vecchi valori e fondare un nuova morale: è la volontà di potenza, ovvero la volontà di creare e rinnovare in continuazione i valori da seguire concedendosi ad una pulsione creatrice infinita, secondo la logica dell'eterno ritorno (vedi capitolo precedente).

L'uomo nuovo, intellettualmente elitario per necessità, si erge al di sopra del gregge delle menti mediocri e desidera nient'altro che il pieno manifestarsi delle proprie qualità superiori. L'oltre-uomo non può essere democratico, l'oltre-uomo è aristocratico, appartiene ad una élite, non è certo il comune aristocratico del diritto nobiliare; nobile e aristocratico, per Nietzsche sono da intendere come nobiltà di spirito e di intelletto.

L'uomo deve poi vivere per la terra. Come già si è detto, l'uomo debole si assoggetta ad una morale fuori di sé, una morale ultraterrena, non umana; l'oltre-uomo, colui che è forte, sa che deve legare il suo destino alla terra perché nulla che non sia umano, nulla che non parta dall'uomo e sia fatto per l'uomo, è vero.

La volontà di potenza è vincere le resistenze della morale comune, il rifiuto conseguente di assoggettarsi agli idoli, un'affermazione di sé e della propria superiorità.


La critica al Cristianesimo

Il superuomo, come si scrive in Zarathustra, può ben annunciare la morte di Dio: Dio è morto perché in lui venivano rappresentati i valori che andavano contro la vita degli uomini e non per la vita degli uomini.

Per Nietzsche non è tanto Cristo a proporre una religione nefasta, anzi, Cristo fu in qualche modo un oltre-uomo, un fondatore di nuove leggi, un creatore; è la degenerazione del pensiero di Cristo ad opera di Paolo di Tarso, il suo strutturarsi in sistema, che rendono il cristiansimo la menzogna delle menzogne (In sostanza ciò Nietzsche vede di buono in Cristo è la sua volontà di potenza, ovvero la forza di interrompere una tradizione in nome di una novità che si preannuncia vitale, deplora invece l'irrigidimento in dogma del suo insegnamento).

Il Cristianesimo rende l'uomo schiavo di una verità ultraterrena inesistente o quantomeno inutile a fini pratici, il Cristianesimo sminuisce l'uomo, gli toglie dignità, lo deresponabilizza. Solo l'uomo è il centro di tutto (non per nulla Nietzsche predilige tra tutte le epoche il Rinascimento italiano, e, tra i classici, il laico Epicuro), il Cristianesimo propugna un'inutile compassione nei confronti dell'uomo: "ma perché provare compassione per l'uomo, l'uomo non è forse degno della sua importanza? Non riescono forse gli uomini a rendersi felici da sé e a vivere pienamente la propria esistenza?".

Nella religione l'uomo debole trova più che altro un insano sfogo alle proprie pulsioni, pulsioni che si indirizzano così verso l'autopunizione e il sacrificio, verso la compassione immotivata, pulsioni trattenute dentro di sé e non lasciate libere di fluire.

Il Cristianesimo è una derivazione della metafisica platonica del mondo oltre il mondo, un altro rimedio, uno sminuirsi della vita di fronte ad altri mondi illusori ma ritenuti perfettissimi.
Nel Cristianesimo vi è tutto ciò che va contro la vita in quanto teorizzazione dell'appiattimento delle menti funzionale al controllo delle masse, nel Cristianesimo vi è la teorizzazione di uno stato di paura in modo da impedire all'uomo l'esercizio della conoscenza (si veda l'episodio biblico di Adamo ed Eva, la mela e l'albero della conoscenza).

 

 


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