VITTORIO ALFIERI


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VITTORIO ALFIERI

 

Vittorio Alfieri (1749-1803) nasce ad Asti da famiglia nobile. Considerato il maggiore poeta tragico del Settecento, la sua formazione è riportata nell'autobiografia "Vita", cominciata intorno al 1790. Dal 1758 al 1766 frequenta l'Accademia militare di Torino. A conclusione degli studi viene nominato alfiere dell'esercito. Comincia una lunga serie di viaggi, visita l'Italia, l'Inghilterra, la Francia, la Prussia, e perfino la Scandinavia. Nel 1775, dopo dieci anni, torna a Torino; completa una prima tragedia, "Cleopatra", e si dedica allo studio. Il successo di "Cleopatra" lo sprona, negli anni successivi compone le maggiori tragedie: "Antigone", "Filippo", "Oreste", "Saul" e "Mirra" tra le altre. Nel 1777 conosce la contessa Luisa Stolberg, moglie del pretendente al trono d'Inghilterra. Nasce un rapporto che Alfieri manterrà sino alla morte e che mette fine alle sue inquietudini amorose. L'anno successivo si trasferisce a Firenze, poi a Siena, per apprendere il toscano. Gli anni dal 1775 al 1790 sono molto operosi, oltre alle tragedie compone trattati ("Della tirannide " e "Del principe e delle lettere") e gran parte delle "Rime". Tornato a Firenze si dedica alla composizione delle "Satire", di sei commedie e della seconda parte della "Vita". Nel 1803, a soli cinquantaquattro anni, muore, assistito sempre dalla Stolberg. La salma riposa nella chiesa di Santa Croce a Firenze.

IDEOLOGIA E POETICA

Il Settecento fu prodigo di tragedie. L'interesse per il genere era nato dall'influenza del teatro francese (Racine, Corneille), che era così forte da condizionare non solo la scelta degli argomenti (i sentimenti, l'amore ecc.) ma persino il metro con cui trattarli. I commediografi italiani si erano orientati, cercando di emulare i francesi, verso argomenti greco-latini, ebraici, orientali (come avveniva del resto per il melodramma). L'Alfieri non fece che porsi in questa corrente apportandovi un originale contributo (non però su quello formale, perché qui si attenne al rispetto delle unità aristoteliche di luogo e tempo). Dotato di un fortissimo senso della libertà e insofferente a ogni tirannide, sia pubblica che privata, egli infatti concepì il teatro come mezzo di educazione civile e politica e l'artista come "sacerdote dell'umanità". Convinto che la storia sia maestra di vita, portò sulla scena i grandi personaggi, quelli secondo lui più adatti a suscitare l'amore per la libertà e l'odio contro la tirannide: Saul, Mirra, Polenice, Antigone, Virginia, Agamennone, Oreste, Sofonisba, Filippo, Rosmunda, Maria Stuarda ecc. Tutti personaggi che mostrano d'avere un'altissima umanità, ma che, in definitiva, risultano troppo perfetti per permettere allo spettatore una vera immedesimazione. Il pubblico applaudiva perché affascinato dai ritmi travolgenti delle passioni rappresentate, ma avvertiva chiaramente in esse qualcosa di inarrivabile, perché troppo straordinario.

Il limite dell'Alfieri sta in quel suo modo vitalistico e individualistico di affrontare lo scontro, allora molto forte, tra tiranno e oppresso. Il protagonista principale delle sue tragedie è sempre il singolo eroe che, con coraggio e abnegazione, cerca di opporsi alla tirannia del potente (re, principe o imperatore). Il suo ideale è la personalità di Bruto e il suo mondo preferito è quello degli eroi e tirannicidi descritto da Plutarco. In questo senso, il suo riferimento alla classicità non sta tanto nello stile letterario (ché anzi l'Alfieri è un innovatore), e neppure nel riconoscimento formale della superiorità dell'antica tradizione, quanto piuttosto nell'esigenza di ricercare modelli umani eroici da riproporre, in veste moderna, ai suoi contemporanei (al di là di un'analisi storica dell'ambiente reale in cui questi personaggi sono vissuti). Politicamente l'ideale dell'Alfieri, almeno sino alla delusione per gli esiti terroristici della Rivoluzione francese, resta quello della Repubblica romana pre-cesarea e dell'antica Grecia. Ciò che più ha condizionato la concezione "liberal-anarchica" dell'Alfieri fu il fatto ch'egli, pur avendo rinunciato agli ideali aristocratici, non rinunciò mai allo stile di vita aristocratico (per molto tempo condusse una vita errabonda, frenetica, in parte dissoluta). In qualunque paese europeo andasse l'Alfieri guardava la situazione politica con gli occhi dell'intellettuale isolato, e quella sociale con gli occhi dell'aristocratico che da parte delle masse popolari non spera in una decisa posizione antigovernativa. Quando infatti i suoi ideali giacobini-rivoluzionari si trovano realizzati nella Rivoluzione francese, la sua reazione alla necessità della dittatura politica, sarà decisamente negativa. Alfieri non era contro una particolare forma di governo, ma contro tutte, poiché là dove esisteva un "potere", per lui vi era anche ingiustizia e oppressione.

Trattato Della Tirannide. Alfieri afferma che "base e molla" della tirannia è la paura. La tirannide da lui descritta non coincide con una forma particolare di governo (anche se il riferimento alla sua epoca è evidente). La nobiltà (ambiziosa e amante del lusso), l'esercito (garante dell'ordine pubblico) e la religione (che educa all'obbedienza) sono, oltre alla paura, le armi del tiranno. Ma il tiranno è schiavo della paura non meno del suddito, poiché, per restare sul trono, ha bisogno di esercitarla quotidianamente, temendo sempre d'essere rovesciato.

Sugli oppressi il giudizio dell'Alfieri è pessimista. Chi è abituato alla sottomissione difficilmente riesce a liberarsene, anzi, arriva ad acquisire sentimenti di servilismo e di fatalismo. C'è solo una speranza secondo il poeta: che l'autoritarismo sia così duro e insopportabile da indurre il popolo a ribellarsi. Nel frattempo l'intellettuale (più poeta che filosofo) deve avere il coraggio di criticare il tiranno mediante le sue opere letterarie. Ma perché lo possa fare deve essere libero da problemi economici, ché altrimenti sarà costretto a compromettersi. Il tirannicidio dunque è escluso, ma solo fino a quando non è lo stesso popolo a insorgere. In casi estremamente sfavorevoli all'individuo l'Alfieri consiglia il suicidio.

19 Tragedie. La scelta del genere letterario tragico rispecchia psicologicamente l'esigenza individualistica del poeta-eroe. Le tragedie ruotano attorno a un personaggio principale; gli altri (sempre pochi) hanno una funzione accessoria. Il finale in genere è di due tipi: suicidio o tirannicidio. Gli argomenti sono presi dalla storia o dalla Bibbia, con predilezione per i soggetti greco-romani. L'azione si svolge in 5 atti. Il verso adoperato: endecasillabo sciolto, ma è trattato in maniera molto dura, nervosa, concisa. Alla base di ogni vicenda sta il fato, cioè una forza al di sopra dell'uomo, che lo costringe a reagire. I protagonisti, pur prigionieri delle loro passioni, proprio in questa lotta con il fato rivelano la loro forza, la loro carica emotiva. E' assente ogni preoccupazione realistica. Non c'è sfondo teatrale che ambienti i personaggi, e neppure intreccio o azione. Il linguaggio non è colloquiale (come in Goldoni) ma oratorio, solenne. I dialoghi son quasi dei monologhi (si è sordi alle parole altrui). In questo Alfieri si allontana decisamente dall'Arcadia e dal melodico dramma metastasiano.

17 Satire. Qui l'Alfieri condanna: commercio borghese, clericalismo e anticlericalismo, re, nobili e militari, il popolo e i precettori.

6 Commedie. Qui condanna: monarchia assoluta (Dario) ne L'uno, oligarchia assoluta (Gracchi) ne I pochi, democrazia assoluta (Ateniesi) ne I troppi. Condanna i grandi uomini, perché nella vita privata sono incoerenti (La finestrina) e i matrimoni nobiliari per interesse (Il divorzio). Condivide: la monarchia costituzionale di tipo inglese o della vecchia Venezia (L'antidoto). Nel 1781-83 aveva scritto 5 Odi sull'America libera, esaltando l'indipendenza dal dominio coloniale inglese.

Poetica

Per la formazione culturale di stampo enciclopedico, per l'interesse per lo studio dell'uomo, per la concezione meccanicistica del mondo, per l'anelito alla libertà, per l'odio verso la tirannide, per la concezione della letteratura intesa come illuminatrice delle coscienze ed apportatrice di progresso sociale e civile, Alfieri si collega all'illuminismo, mentre, per la disposizione emotiva ed intellettuale con la quale accoglie tali presupposti, l'astigiano si avvicina al Romanticismo. Alfieri è l'anello di congiunzione fra l'epoca dell'assolutismo illuminato dalla cultura e dalla razionalità delle riforme e la lotta aperta per la libertà, intesa sia come interiore affermazione dell'individualità, sia in chiave politica (tutto il romanticismo italiano fu legato al risorgimento). Lo spirito d'indipendenza differenzia Alfieri dagli illuministi, disposti a collaborare (Parini, Verri , Beccarla, Voltaire) con il despota illuminato (Federico di Prussia, Caterina II di Russia, Maria Teresa d'Austria) o ad esporre le proprie dottrine nei salotti, atteggiamenti che lo scrittore giudica compromessi umilianti, non ammettendo discrepanze tra situazione esistenziale ed insegnamento politico, etico e letterario. D'altronde Alfieri è protoromantico anche nel trascorrere la vita nell'ansiosa ricerca dell'autonomia etico - psicologica e nel negare la dicotomia settecentesca fra vita e letteratura, nel nome di una superiore coerenza (rifiuto della collaborazione tra intellettuali e potere).

Alfieri e l'illuminismo

Il letterato, per Alfieri, è maestro di libertà e verità ed è ribelle ed anticonformista nella vita e nelle opere.
· Gli illuministi sono disposti a collaborare con il despota illuminato. Alfieri crede nel "forte sentire", promotore di nobili azioni. Ha sommi ideali, ama il vero ed il retto, ha il senso dell'eroico e sente la "religione della libertà", fondamento del liberalismo e del romanticismo europei.
· Il '700 crede nella ragione come fonte di felicità, progresso, perfezionamento morale, sociale culturale, civile.
Alfieri è pessimista per natura. A ciò lo porta il suo individualismo sprezzante ed il suo considerare l'umanità in funzione di pochi, eroici individui. L'illuminismo del '700 è ottimista. Alfieri, nonostante i lunghi viaggi, proclama la necessità per l'uomo libero, di avere una patria, anche solo ideale (Misogallo: giorno verrà) L'illuminismo è cosmopolita. Alfieri è lontano da ogni forma di religione, ma riconosce le risonanze emotive del culto cattolico. L'illuminista è genericamente teista (sostiene la realtà del divino, aristocraticamente irriverente e scettico). Alfieri, pur nell'esteriore ossequio a tale concezione didascalica, abbandona il facile didascalismo per una eccelsa oratoria ed una commossa poesia e fa delle proprie opere un esempio d'integrità morale, la rivelazione della propria poetica e lo strumento di illuminazione interiore, affrontando i temi della libertà, della tirannide, della vita e della morte per un ideale, della solitudine, del difficile rapporto con gli altri. L'illuminismo fa della letteratura un mezzo di divulgazione dei problemi scientifici, culturali, morali, usando un gradevole didascalismo. La serietà d'intenti è la novità che Alfieri porta nella letteratura italiana dell'Arcadia, del Metastasio e del Goldoni (come Parini, che però risente del classicismo arcadico). Proprie dell'Alfieri sono la serietà sentita come coincidenza di vita e poesia, e la poesia antiarcadica e connotata da toni eroici, drammatici, dolorosi, pessimistici che presentono il romanticismo ottocentesco. La volontà di Alfieri mira ad una ferrea disciplina interiore, che sia norma di vita, aspirazione all'eroico, ideale di una esistenza più elevata.

Alfieri e il romanticismo

Alfieri è collegato al romanticismo dal proprio pessimismo e dal nazionalismo, inteso come consapevolezza della necessità di una Patria, fiducia nel futuro dell'Italia, e del suo popolo, al quale dedica il Bruto II. Si tratta, quindi, di un nazionalismo lontano dalle dottrinarie affermazioni illuministiche e che svela una concezione particolare di Patria, intesa come idealità morale, insita nell'individualismo eroico, nonché nell'insegnamento dell'Alfieri tragico (appello per la libertà politica ed etica, virile accettazione della morte, lotta contro la tirannide). Nell'Alfieri, pessimismo, sentimento nazionale e concezione della libertà non sono fatti meramente politici, infatti significano anche consapevolezza della tradizione letteraria italiana, approccio ai massimi scrittori del passato, fusione di classicismo e di protoromanticsmo. Alfieri apprende da Dante la lezione etica ed umana, da Petrarca lo stile (Rime), da Machiavelli lo stile della prosa ed il magistero delle opere storiche, ammira i classici, Plutarco, Tasso ed Ariosto. Pertanto il rivoluzionario Alfieri non s'ispira alla libera ed anticonvenzionale tragedia shakespeariana (contravviene alle regole rinascimentali circa la purezza dei generi drammatici, ed accoglie momenti e toni tipici della commedia, la recitazione è sobria) o a quella emotivamente ricca e discorsiva di Corneille, bensì riprende la tragedia classica e classicistica. Alfieri da al suo preromantico teatro un assetto classico, rappresenta psicologie e passioni estreme, di matrice senecana, in un eroico e pessimistico individualismo, mantiene un tono "sublime" (abbandonato dagli altri autori, come il Metastasio) e si collega al preromanticismo dello Sturm und drang ("tempesta e passione"), soprattutto a quello di Schiller, oratorio e declamatorio più che poetico. Alfieri è affine ai preromantici tedeschi per l'aspirazione alla libertà, la vocazione all'azione eroica, l'incapacità di adattarsi al mondo, la malinconia, il desiderio di una lotta titanica per il trionfo di un'idea. Gli scrittori dello Sturm und drang, però, guardano all'uomo con ottimismo e lo ritengono in grado di realizzare grandi imprese, capaci di cambiare la storia, Alfieri, invece, ha una concezione pessimistica dell'esistenza ed è convinto che ogni nobile sforzo sia destinato a fallire, pur essendo irrinunciabile. Solo la sdegnosa solitudine si addice all'uomo libero. La morte dell'eroe è la fatale conclusione di una vita di dolore, oppressione angoscia e la decisione di agire conformemente ai propri ideali diviene volontà di morte che è la sola via di scampo alla sopraffazione degli uomini e del destino. La morte è anche l'unico modo di affermare il principio di libertà, che Alfieri sembra quasi ritenere ostacolata dalla realtà, incompatibile con la vita, esaltata dalla morte. L'opera di Alfieri è contraddistinta dall'afflato etico, gli eroi Alfieriani sono generosi, virtuosi, illuminati da elevati ideali di giustizia, rettitudine libertà e la lotta antitirannica diviene una necessità eroica e fatale. Alfieri ha una concezione classicistica, statica e tradizionalista della storia. Il romanticismo intende la storia come svolgimento dello spirito nella sua perenne creatività. Manca all'Alfieri il senso del concreto, peculiare del realismo romantico. Alfieri preferisce alti ideali esemplarmente astratti ed una concezione individualistica della vita. Il teatro classicistico dell'Alfieri, nel suo idealismo, rifiuta ogni circostanziata concezione storico - realista e si svolge sempre in una atmosfera di eroismo e di solitaria grandezza. Il teatro romantico è rispettoso della storia, dell'ambiente, del costume e costituisce un'equilibrata sintesi di ideale e reale (Manzoni). Alfieri è sensista, razionalista (basa ogni conoscenza su sensi e ragione), illuminista, anche se a tratti è in conflitto con passione e sentimento. Il romanticismo è caratterizzato dall'idealismo filosofico, base storica dello stoicismo romantico. L'anelito all'infinito, al mistero, all'inconoscibile manca totalmente in Alfieri, nella cui opera il sentimento della natura, il timore del peccato, il rimorso, l'immanenza del divino nell'umano, il problema del bene e del male, più che essere focalizzati a livello poetico, restano nei limiti del melodramma.

L'individualismo alfieriano

L'individualismo alfieriano è presente in tutta l'opera, la cui unità e coerenza sono dovute al dominante concetto - mito della libertà e ad una concezione del mondo e della realtà che contraddistingue sentimento, pensiero, fantasia, etica, poesia, ideologia politica, poetica e retorica. Letteratura e magistero morale nascono da un'unica fonte d'ispirazione, infatti la poesia dell'Alfieri riesce ad emergere solo quando la passione letteraria e politica rinunciano alla ribellione aperta, all'oratoria, all'ammonizione, permettendo la creazione di vibranti personaggi tragici e la tensione drammatica della Vita e delle Rime.

Le tragedie

Nelle tragedie la sostanza tragica si rivela nel conflitto tra eroe e tiranno o del tiranno con se stesso, nelle Rime è percepibile nei trasalimenti del poeta (lirica politica e lirica amorosa), nella vita è ravvisabile nel conflitto fra Alfieri narrante ed Alfieri giudicante, ossia tra rievocazione e giudizio. Alfieri ritiene azione la propria attività letteraria. Secondo la concezione illuministica, l'Alfieri assegna allo scrittore un compito educativo, intellettuale e morale e ne fa un propugnatore della libertà e della verità, ma ritiene che l'impulso naturale sia principio di ogni nobile azione e la poesia un impulso naturale dell'animo che risveglia analoghi sentimenti negli altri. Con tali affermazioni, Alfieri si allontana dal razionalismo settecentesco (poesia come sogno fatto alla presenza della ragione) e dal buon gusto classicistico e si avvicina al sentimento romantico, tuttavia aggiunge che per diventare autore tragico si devono conoscere le regole dell'arte tragica e padroneggiare la lingua. Alfieri, accanto all'elemento intuitivo, sentimentale della poesia, rivaluta l'aspetto formale, linguistico, stilistico. La poetica alfieriana si basa sull'unità di slanci ed entusiasmi preromantici e su una coscienza artistica classicistica e razionalistica, sulla violenza della passione e sulla disciplina retorica. La vita diviene una "poetica in atto" (scoperta della naturale predisposizione alla tragedia, itinerario esistenziale nel culto della libertà, della poesia, della letteratura, intesa come voce della libertà). Nella Vita Alfieri ripercorre la parabola della propria vicenda poetica analizzando criticamente le proprie opere, dibattendo questioni di poetica (struttura composizione, concezione della tragedia, distribuzione di atti, scene, personaggi tragici e tragediabili, versificazione).

Cleopatra, prima tragedia

Terminata l'Accademia militare a Torino, e dopo un lungo giovanile vagabondare in vari stati dell'Europa, nel 1775 (l'anno della conversione) rientra nel capoluogo piemontese e si dedica allo studio della letteratura, rinnegando in tal modo - secondo le sue stesse parole - anni di viaggi e dissolutezze; completa così la sua prima tragedia, Cleopatra, che registra un grande successo; seguiranno poi Antigone, Filippo, Oreste, Saul, Maria Stuarda, Mirra. La fama delle sue tragedie è legata alla centralità del rapporto libertà-potere e all'affermazione dell'individuo sulla tirrania. Una profonda e sofferta riflessione sulla vita umana arricchisce la tematica quando il poeta si sofferma sui sentimenti più intimi e sulla società che lo circonda.

Un'ode per la Bastiglia

A porre un freno alla vita tormentata di Alfieri giunge, nel 1777, l'incontro con la contessa di Albany Luisa Stolberg, moglie di fatto separata di Carlo Edoardo Stuart, pretendente al trono d'Inghilterra. Alfieri la seguirà a Parigi (e nella capitale francese comporrà un'ode dopo la presa della Bastiglia), a Roma e in Toscana, mantenendo con essa un rapporto destinato a durare sino alla morte, avvenuta nel 1803 a Firenze.

Libertà ideale, titanismo e catarsi

Fin da giovane Vittorio Alfieri dimostrò un energico accanimento contro la tirannide e tutto ciò che può impedire la libertà ideale. In realtà risulta che questo antagonismo sia diretto contro qualsiasi forma di potere che appare iniqua e oppressiva. Anche il concetto di libertà che egli esalta non possiede precise connotazioni politiche o sociali, ma resta un concetto astratto. La libertà alfieriana, infatti, è espressione di un individualismo eroico e desiderio di una realizzazione totale di se. Infatti, Alfieri sembra presentarci, invece che due concetti politici (tirannide e libertà), due rappresentazioni mitiche: il bisogno di affermazione dell'io, desideroso di spezzare ogni limite e le "forze oscure" che ne ostacolano l'agire. Questa ansia di infinito, di illimitato è il tipico titanismo alfieriano, che caratterizza, in modo più o meno marcato, tutte le sue opere. Ciò che viene tanto osteggiato da Alfieri è molto probabilmente la percezione di un limite che rende impossibile la grandezza, tanto da procurargli costante irrequietezza, angosce e incubi che lo costringono a cercare nei suoi innumerevoli viaggi ciò che può trovare soltanto all'interno di se stesso. Il sogno titanico è accompagnato da un costante pessimismo che ha le radici nella consapevolezza dell'effettiva impotenza umana. Inoltre la volontà di infinita affermazione dell'io porta con se un senso di trasgressione che gli causerà un senso di colpa di fondo, che verrà proiettato appunto nelle sue opere per trovare un rimedio al proprio malessere; fenomeno, questo, che viene chiamato catarsi.

L'odio antirivoluzionario: il Misogallo

Il Misogallo (1793 - 1799) è un insiememe di prose, sonetti, epigrammi ed un'ode, è un'invettiva contro la Francia della rivoluzione: i francesi non possono essere liberi, ma potranno esserlo gli italiani (sonetto giorno verrà accolto come profetico del mondo risorgimentale). Satira politica e risentimenti personali animano il Misogallo. L'opera riveste un particolare significato nella prospettiva del pensiero politico di Alfieri. Alfieri, per breve tempo, sperò e credette che il proprio ideale di vita eroica e l'eroica umanità da lui rappresentata nelle tragedie potessero avverarsi nella Rivoluzione Francese, ma essa si trasformò in una tirannide sanguinaria. Tale amarissimo disinganno ha originato il furore tipicamente alfieriano del Misogallo. La prosa prima, che apre il libro, è indirizzata all'Italia ora inerme, divisa, non libera, ma che un giorno potrà risorgere libera ed unita, senza gli orrori della Rivoluzione Francese.

Opere politiche

Il pensiero politico di Alfieri non ha forma organica, bensì è una generica professione di libertà ideale, mitica, metastorica, fatta di silenzi. Alfieri esalta la lotta per l'indipendenza americana e ne deplora le cause economiche, ha simpatia per la monarchia costituzionale inglese, si entusiasma per la presa della Bastiglia (Parigi sbastigliata) e per la Rivoluzione Francese, ma dopo le violenze del 1892-1894, e la fuga dalla Francia assume un atteggiamento antifrancese (Misogallo). La repubblica dell'Alfieri non è quella dei francesi. Nelle opere politiche Alfieri espone le proprie teorie politico letterarie rielaborando i temi libertari ed antitirannici in una prosa energica e sostenuta. Della tirannide (due libri) il primo libro mette a fuoco i puntelli della tirannide: paura e viltà dei cittadini, ambizione,lusso, milizia, clero, nobiltà. Il secondo libro spiega come può vivere sotto un tiranno colui che non vuol rinunciare alla propria libertà interiore (sdegnosa solitudine come ideale dell'uomo libero che si oppone al dispotismo e se gli si preclude una vita dignitosa può scegliere il suicidio). Il trattato si chiude con l'esaltazione del tirannicidio.

Del principe e delle lettere (titolo mutuato dal Principe di Nicolò Machiavelli) è un'opera di interesse politico - letterario, che analizza il rapporto fra potere politico e letteratura libera. Il principe, consapevole della propria funzione politica ed il letterato memore della propria missione, sono antagonisti inconciliabili (conflitto tiranno / eroe delle tragedie: il letterato è l'eroe). Alfieri condanna il mecenatismo, ritenuto dannoso e corruttore e delinea la figura - mito dello "scrittore sublime", che deve possedere animo alto, libere circostanze, forte sentire, acuto ingegno. Il trattato si chiude con una esortazione a liberare l'Italia dai barbari (stranieri).

Panegirico di Plinio a Traiano. Alfieri si propone di riscrivere l'omonima opera di Plinio il Giovane, accusato di cortigianeria, per mostrare come uno scrittore libero dovrebbe parlare ad un ottimo principe consigliandolo a deporre il potere e a restituire al popolo la libertà. Plinio in occasione della nomina a consul suffectus pronuncia il panegirico di Traiano, iniziando il genere letterario degli encomi degli imperatori.

La virtù sconosciuta è un elogio classico-rinascimentale, retorico, celebrativo dell'amico Gori Gandellini e della sua virtuosa, solitaria levatura morale.

Le tragedie

APPROFONDIMENTO
Secondo il gusto estetico e retorico del '700 la tragedia era il genere per eccellenza. Alla creazione di un teatro tragico italiano (carenza avvertita come vergognosa) si era dedicato, tra gli altri, il Gravina, sperando di fare del Metastasio un sommo trageda. Agli esperimenti si alternavano le discussioni su personaggi, scene, stile. Alfieri fa precedere ed accompagna la composizione delle tragedie da riflessioni teoriche ed aderisce ad una poetica rigidamente classicistica. C'è in Alfieri, oltre che la suggestione del genere tragico e la naturale predisposizione, anche il proposito di realizzare quel teatro tragico nazionale che gli altri poeti non erano riusciti a concretizzare. Alfieri è spinto alla tragedia dall'indole conflittuale, dalla sua concezione eroica e pessimistica della vita, dall'avversione per ogni forma di tirannide, predilige la forma esemplare e plutarchiana della classicità (scene dense di emozioni, racconto convulso e appassionante, aura di tragedia che avvolge i personaggi), tende a disegnare personaggi titanici, è consapevole delle suggestioni ella tragedia intesa come scontro di opposte passioni, tensioni, aspirazioni, proiezione della condizione drammatica e conflittuale del poeta stesso. Da tali motivazioni deriva l'insufficienza di una lettura puramente "lirica" delle tragedie alfieriane che, invece, necessitano di una interpretazione in chiave drammatica e teatrale. Probabilmente, Alfieri ha concepito le sue tragedie come destinate alla lettura, sia a causa dell'inettitudine degli attori contemporanei, che egli spesso deplora, sia perché molte delle sue tragedie, pur essendo destinate soprattutto agli Italiani, difficilmente avrebbero potuto essere recitate in Italia, a causa della loro coloritura politica. Pertanto Alfieri comprende nei versi gli elementi drammatici, adotta accorgimenti tecnici e suggerisce la recitazione. Ciò produce due difetti, infatti i suoi personaggi spesso, con poca verosimiglianza (chi è preda della passione non si analizza né si descrive), accompagnano e quasi descrivono con le parole la loro mimica, lo stato fisico, i sentimenti (parlar non posso..., mi cade il ferro..., io tremo etc.), inoltre Alfieri abusa di espressioni come "oh rabbia!, che veggio!" etc. che suggeriscono quei moti dell'animo che dovrebbero essere espressi dalla mimica dell'attore (oggi tutto ciò fa parte delle didascalie che, comunque, al tempo dell'Alfieri erano assai poco usate). Alfieri vuole creare una tragedia nuova, originale per concezione, stesura drammatica, versificazione, contenuto. Adotta come verso tragico l'endecasillabo sciolto usato dal Cesarotti nella traduzione dei poemi ossianici. Nella Vita, l'Alfieri espone i tre momenti (respiri) della composizione delle tragedie:
· ideazione: breve esposizione in prosa (anche francese) dell'argomento e dello schema generale
· stesura in prosa: distribuzione in prosa (nelle prime tragedie prosa francese)degli atti e delle scene. Impostazione dei dialoghi (di getto accogliendo ogni pensiero)
· verseggiatura: scelta delle parti migliori del dialogo e loro versificazione (ma la sola versificazione non basta: la tragedia richiede un naturale entusiasmo artistico). Lavoro di rifinitura: Alfieri è critico molto esigente

I tre momenti rappresentano un unico momento ideale. Secondo l'Alfieri le tragedie devono obbedire ad una serie di carateristiche:
· personaggi e vicende: pochi, paradigmatici (e monocromi), illustri, assai noti nel mito, nella leggenda, nella storia e devono essere "tragediabili", ossia avere valore di esemplarità ideale
· argomento: greco (Antigone, Mirra, Alcesti seconda) romano (Virginia, Ottavia, Bruto primo e secondo) biblico (Saul) medievale (Rosmunda) rinascimentale (la congiura dei Pazzi,Don Giovanni, Maria Stuarda, Filippo)
· struttura: 5 atti
· deve dominare il soggetto principale o lo sfondo è ridotto all'essenziale o l'azione ruota intorno al protagonista [gli altri personaggi (pochi) agiscono in funzione del personaggio principale e le loro azioni servono a dargli rilievo] o un solo filo conduttore
· dialogizzata solo dai personaggi attori (non consultori o spettatori)
· rapida in funzione delle passioni (semplice, tetra, feroce e serrata)
· rigidamente unitaria
· sono rispettate le tre unità aristoteliche (tempo, azione, luogo) per ragioni poetiche, non per imitazione: l'unità di azione e di tempo danno vigore alla vicenda cogliendone il momento culminante, l'unità di luogo focalizza l'attenzione sui personaggi
· azione che porta fatalmente alla catastrofe (morte suicidio, delitto)
· linguaggio: nuovo, intenso in endecasillabi sciolti duri e privi di musicalità
· bersagli polemici: o il melodramma del Metastasio (interrotto da arie e cantabili che, secondo l'Alfieri, rompono l'unità dell'azione) o la tragedia francese (scene ed atti che consentono personaggi secondari che raffreddano e disperdono l'azione \ versi alessandrini monotoni, più discorsivi che poetici. All'alessandrino francese contrappone l'endecasillabo sciolto [verso principe italiano] privato, però, di ogni orecchiabilità e facile armonia, reso duro e privo di musicalità) [alessandrino francese dodecasillabo: 6+6 - alessandrino martelliano 14 sillabe: 7 +7].
· nelle tragedie alfieriane manca l'introspezione psicologica
· in ogni personaggio c'è qualche cosa di grandioso, sia nel bene che nel male.
· L'Alfieri con le proprie tragedie vuole ispirare nobili azioni ed insegnare ad essere liberi, forti, generosi insofferenti dei soprusi
· Le tragedie alfieriane rappresentano tempestose passioni e volontà indomite
· Alfieri non studia il sorgere e l'evolversi dei sentimenti,le incertezze, le perplessità, l'influsso che sul carattere hanno l'ambiente ed il trascorrere del tempo
· I personaggi dell'Alfieri entrano in scena già in preda a violente passioni, oppure la passione emerge improvvisamente per il verificarsi o palesarsi di una situazione tragica
· La passione è ragione unica e sufficiente per giustificare le azioni dei personaggi
· La catastrofe è frutto dello scontro di personaggi animati da passioni contrastanti, oppure da passioni contrastanti che si dibattono nell'animo di uno stesso personaggio.
· L'eroismo degli eroi alfieriani non è un eroismo mitologico o letterario, bensì è "profetico" e carico di presentimenti

Nelle tragedie alfieriane eroi, tiranni, trama, costruzione scenica, sono simili. Non sempre poesia ed ideologia coincidono (nelle tragedie migliori l'ideologia s'attenua ed i personaggi non sono solo i messaggeri di un discorso libertario, bensì divengono umani, vibranti nel loro dramma esistenziale nel quale si dissolve l'ideologia (Saul, Mirra). Le tragedie della libertà corrispondono perfettamente all'ideologia dell'autore, ma non sono tra le migliori (i personaggi sono astratte personificazioni di vizi e virtù). Sono poeticamente migliori le tragedie in cui gli spunti drammatici ed ideologici si compongono in personaggi complessi e dolorosamente umani, mentre sono meno valide le tragedie in cui l'ideologia libertaria e tirannicida e la violenza politica si espandono senza freno o si traducono in figure astrattamente eroiche o perfide che discettano teoricamente di libertà e ragion di stato.

La retorica è più manifesta nelle tragedie di libertà (Virginia, Timoleone, la congiura dei Pazzi, Agide, Bruto I, Bruto II). In tale gruppo di tragedie i personaggi sono schematici, legati allo stereotipo di eroi senza incertezze, assorti in una perenne, urlata declamazione, modello di virtù patriottiche e morali, voce esemplare delle idee politiche e libertarie dell'Alfieri e proiezioni del suo odio per la tirannide. Parimenti i personaggi negativi lo sono totalmente.

Bisogna tener conto che la Patria è per Alfieri non tanto il Paese dove l'individuo si sente sicuro padrone dei suoi possessi, quanto, soprattutto quello in cui egli può esercitare liberamente le proprie facoltà, sviluppare la propria personalità, e dove lo scrittore può assolvere senza impedimenti la propria missione. Alla tragedia alfieriana, essenziale e tesa alla catastrofe, ben si addice l'endecasillabo sciolto, disadorno ed essenziale, anche se, talvolta, l'essenzialità e la concentrazione verbale corrispondono più ad una ricerca programmatica che ad una esigenza interiore del poeta (es. cinque battute in un endecasillabo) e si esaurisce in una mera ricerca dell'effetto. La tragedia alfieriana si conclude con la morte, perché così impone il genere tragico e perché tale conclusione è coerente al pessimismo dell'Alfieri. La morte onnipresente e la libertà (politica, ideale, morale) quasi sempre frustata divengono esaltazione della libertà stessa come irrinunciabile. Ciò decretò la fortuna dell'Alfieri durante il Risorgimento.

Filippo:

numerosi riferimenti storici scompaiono nelle tragedie successive. Alfieri è partecipe dell'antistoricismo settecentesco che non tiene conto della concreta situazione storica. Anche gli scarsi accenni alla verosimiglianza storica, presenti nel Filippo scompaiono nelle altre tragedie. Filippo è la prima grande personificazione del tiranno spietato e assetato di potere ma, a differenza della maggior parte dei tiranni alfieriani, (Saul è simile a Filippo) ha una sua segreta umanità poiché è consapevole che la solitudine di cui si circonda è la ragione della sua infelicità. Filippo domina l'opera (secondo la logica alfieriana). Suo figlio don Carlos, eroe d'animo eletto e virtuoso, è il primo eroe alfieriano che trova la liberazione nella morte. Isabella di Valois (moglie di Filippo e amante di Carlos) è la prima eroina dell'Alfieri ad avere una vita psicologica complessa e contraddittoria.

Polinice:

senza pregi particolari (les frères ennemis di Racine). Nelle prime due tragedie il tiranno è meglio tratteggiato del'eroe positivo, ciò si verifica anche nelle successive, (non in Saul e Mirra, che riuniscono le figure antitetiche di eroe e tiranno. Saul e Mirra esulano dallo schema generale).

Antigone:

ispirata all'omonima tragedia di Sofocle, la morte, per Antigone è catarsi volontariamente cercata ed accettata. Emone, che l'ama e si suicida è l'archetipo del giovane virtuoso ed onesto, Creonte è il paradigma del tiranno.

Virginia (tragedia della libertà):

contrasto tra Virginia e la sua famiglia ed il crudele Appio Claudio, capo dei decemviri. L'autentico protagonista è l'ideale di libertà dell'autore (libertà intesa astrattamente, della quale gli eroi sono personificazione). Il tiranno re è la negazione assoluta (bene: giustizia, onestà, eticità, idealità \\ male: arbitrio, sopruso. Due mondi conflittuali che portano alla tragedia).

Agamennone: da Eschilo.

La vera protagonista è Clitennestra (Alfieri è particolarmente abile a delineare le figure femminili). Egisto è uno dei soliti tiranni.

Oreste:

da Eschilo, continua l'Agamennone. Oreste è contraddistinto da un esasperato impeto tirannicida. È un personaggio quasi disumano.

Rosmunda: (in prosa)

dalle istorie fiorentine di Machiavelli. Tragedia fosca, immersa nella barbarie (concetto negativo del medioevo barbarico del razionalismo illuministico antistorico del '700). Rosamunda è tiranno al femminile.

Ottavia:

(in prosa) la protagonista (moglie ripudiata di Nerone) è consapevole della propria innocenza, ma anche dell'inutilità della lotta. La vocazione alla morte accomuna Ottavia, Antigone e molti altri personaggi alfieriani (Nerone è il solito tiranno).

Timoleone (in prosa) (tragedia della libertà):

dalle Vite di Plutarco. Due fratelli di pari levatura morale, altezza umana ed epica dei protagonisti (astratti modelli di perfezione) magniloquente, poeticamente modesta, messaggio ideologico, anomalia tematica (Timofane e Timoleone si stimano e si ammirano, sono il contrario di Eteocle e Polinice che si odiano. Anche il tiranno ha una componente eroica).

Merope:

riprende l'argomento della tragedia del Maffei. Piuttosto debole, Merope è eroina dell'amore materno, (tematica degli affetti familiari: Agamennone, Saul e Mirra).

Maria Stuarda:

per accontentare la d'Albany, intrigo cortigiano, debole e fredda.

Congiura dei Pazzi (tragedia della libertà):

dalle Istorie fiorentine del Machiavelli. passione tirannica, lotta sulla scena, linguaggio sovreccitato, declamatorio, tipico delle tragedia della libertà. La figura di Lorenzo de' Medici in Alfieri è in bilico tra esecrazione ed ammirazione e solo in parte è riconducibile all'archetipo del tiranno, ha doti di umanità e magnanimità che gli conferiscono vitalità.

Don Garzia:

dramma fosco, truce, di rancori ed intrighi.

Saul:

con Mirra è il capolavoro di Alfieri. Argomento biblico. La morte di Saul è estrema manifestazione di eroismo e grandezza, vittoria morale sui nemici e su se stesso, soluzione dei conflitti interiori e della conseguente follia. È la morte che restituisce a Saul la dignità umana e regale. Dal punto di vista alfieriano Saul è un despota posseduto dalla sete di potere e può essere avvicinato a Filippo, ma questi alimenta la propria volontà di potere con una sovrumana energia, mentre Saul è vecchio e tenta di salvare il suo prestigio mediante imprese guerresche a cui si oppone l'età. Saul ha la dolorosa coscienza della situazione: memoria del passato eroico, inconfessata ammirazione per David, amore per Micol, avversione per i sacerdoti visti come rappresentanti di un Dio crudele, dal quale però non si deve essere abbandonati. Da tali contrastanti sentimenti nasce la follia, unica soluzione è la morte. Saul è il personaggio meglio riuscito del teatro alfieriano: potentemente umano e drammatico nel contrasto tra essere padre ed essere sovrano. La sua morte è catastrofe e catarsi (poesia alfieriana del forte sentire), dolore e morte come affermazione suprema di libera volontà, poesia della solitudine (come in Mirra). Saul è antagonista di se stesso è eroe e tiranno ed il contrasto è interiorizzato come in Mirra. Saul è solo perché il conflitto lo dilania (Mirra).

Agide (tragedia della libertà):

da Plutarco (Agide IV, re di Sparta dal 244 al 241, tentò di risolvere la crisi demografica e sociale di Sparta annullando i debiti, ridistribuendo le terre ed immettendo nel corpo degli Spartiati, ridotti a 700, 4500 perieci. Avversato dall'altro re, Leonida II, fu da questi catturato e ucciso), è tra le tragedie meno riuscite.

Sofonisba:

da Livio, modesta tragedia. Gara di magnanimità tra i personaggi (Siface, Sofonisba, Scipione Africano, Massinissa) la poesia alfieriana non va cercata in tali personaggi, costruiti intellettualisticamente in base ad un'idea letteraria di grandezza e ad una concezione retorica del mondo antico, bensì nelle figure che, pur possedendo connotazioni eroiche, sono aperte agli affetti, alle perplessità, alle debolezze, alle angosce, alle contraddizioni della vita.

Bruto I (tragedia della libertà):

da Livio, Bruto maggiore, cacciata di Tarquinio il superbo.

Mirra: dalle metamorfosi di Ovidio.

È l'unica tragedia in cui manca il tiranno: il dramma si svolge nell'intimo di Mirra, che è totalmente sola (è innamorata del padre e le persone care non possono né aiutarla né riceverne le confidenze). Da tale situazione derivano reticenze, silenzi, doppi sensi, oscure allusioni di Mirra. Mirra è innocente, poiché è costretta a subire il sentimento incestuoso. La colpa di Mirra consiste non nell'essere condannata da Afrodite ad amare il proprio padre, bensì nella forzata rivelazione del segreto ai parenti. Per tale rivelazione Mirra si ritiene empia (sarebbe restata innocente se fosse morta prima). Mirra è innocente, infatti è colpevole solo chi, coscientemente, vuole peccare, ma è condannata da coloro che conoscono il suo peccato senza conoscerne il motivo (vendetta di Afrodite). Mirra, uccidendosi, si libera da una situazione insostenibile, si salva dal peccato conservando la propria purezza interiore ed etica, però appare rea ai famigliari. Mirra è simile a Saul nella interiorizzazione della lotta (è eroina e tiranna di se stessa). Gli altri personaggi sono artisticamente deboli. Vi è un parallelo fra i canti nuziali (Mirra accetta lo sposo scelto dai genitori, ma poi interrompe la cerimonia) ed i versi lirici di David. L'atmosfera dell'idillio del mondo domestico sottolinea il dramma dell'incomprensione e della solitudine.

Bruto II (tragedia della libertà):

da Plutarco: vite di Cesare e Bruto (cesaricida)è l'ultima tragedia composta da Alfieri. Protagonista è il cesaricida bruto, combattuto tra ragione di stato ed affetto (sa che Cesare, il tiranno, è suo padre).

Alceste II:

(la prima è la traduzione latina dell'opera di Euripide) pubblicata postuma (ossia scritta dopo l'edizione definitiva delle tragedie, nel 1787 ed il ritorno definitivo a Firenze nel 1792). Si conclude in un'atmosfera di sereno idillio (Alcesti, moglie di Admeto, si offre di morire al posto del marito Eracle la strappa a Thanatos, in un'altra versione Persefone, commossa, la restituisce alla vita). Il desiderio di rinnovamento porta l'Alfieri ad introdurre toni idillici, l'elemento soprannaturale ed un coro di tipo greco (fallimento).

Abele:

appartiene alle tragedie postume. È una tramelogedia (tentativo di fusione di tragedia e melodramma, per assecondare il gusto del pubblico che non apprezzava la tragedia). Soggetto biblico largamente accessibile. Parti tragiche in endecasillabi sciolti, alternate a parti liriche che esprimono l'elemento soprannaturale e surreale (voce di Dio, esseri infernali, personificazioni astratte del peccato, dell'invidia, della morte). Il difetto fondamentale dell'Abele è che i personaggi umani anziché agire di propria iniziativa sono diretti dai personaggi fantastici e quindi mancano gli elementi essenziali della tragedia alfieriani, ossia la volontà e la responsabilità individuale. Nonostante il fallimento della parte lirica, quella tragica ha qualche vigore. Come nell'Alceste II, si inseriscono il senso della natura e la serenità degli affetti famigliari, il conflitto tra bene e male, l'ossessione del peccato, il rimorso, l'immanenza del divino nel mondo. Manca l'entusiasmo poetico, l'Abele resta un tentativo verso il romanticismo.

Le Rime

La prima parte delle Rime (contemporanea alle tragedie) fu pubblicata nel 1798, la seconda, postuma, nel 1804. Le due sezioni riflettono differenti condizioni ideologiche ed emotive che si ripercuotono nella tematica e nello stile. Le Rime sono una raccolta di sonetti, canzoni,odi, epigrammi, stanze, capitoli in terzine (1776 - 1779) che riflettono stati d'animo, idealità politiche e morali, riflessioni sulla poesia (in generale e sulla propria), componendo quasi una biografia. L'esercizio di stile è assiduo, in rapporto all'elaborazione delle tragedie e vi sono parecchi riecheggiamenti letterari. Le Rime iniziano con soggetti mitologici classicheggianti e si concludono con una canzone in cui l'Alfieri afferma di attendere la morte. I sonetti costituiscono la maggior parte dell'opera. Alfieri tende alle forme ben concluse, ai modi gravi e sentenziosi, alle situazioni drammatiche, forti ed essenziali, alla rappresentazione eroica di se stesso. Il sonetto Sublime specchio di veraci detti (1786) inizia la moda dell'autoritratto in versi (Alfieri, Foscolo, Manzoni) (sublime = tono psicologico e morale dei versi / specchio verace = funzione della sua lirica). Alfieri intona il proprio canzoniere per conoscersi, dominarsi, trascrivere non solo la tematica amorosa, bensì tutto il proprio mondo umano ed ideologico. Il Petrarca influisce sull'Alfieri lirico, che va però letto in chiave teatrale. Nella prima parte delle Rime sono numerosi i sonetti per la d'Albany, in quello della lontananza ricorre il tema settecentesco dell'errore come illusione, in altri la solitudine, i conflitti interiori, il pensiero della morte, questioni di poetica, la tematica eroica. Nella seconda parte si attenuano i toni drammatici, compaiono forme più pacate e discorsive segno di raccoglimento interiore, melanconia, presentimento della morte. Posteriori alle tragedie sono i sonetti in forma di monologo, di autoritratto morale, di epigrafi alla propria opera, di autoesaltazione.

Scritti minori

Sono satire, epigrammi, commedie: toni amari e polemici ravvivati da eloquenza e poesia) L'Etruria vendicata: (poema in quattro canti in ottave), uccisione del duca Alessando de' Medici ad opera del nipote Lorenzino (1537) visto come tirannicida eroico e virtuoso (restituisce la libertà a Firenze e vendica la sorella Bianca) dramma politico e familiare. Debole tragedia medicea, come La congiura dei Pazzi e Don Garzia, memore dell'Ariosto e del Tasso. Si distingue per l'ambientazione ossianica e preromantica.

Satire: in terzine, sono una requisitoria contro la società del '700.
Epigrammi: sintetici e polemici. Alfieri tenta di elevare l'epigramma da mezzo di piccola competizione personale alla dignità civile e letteraria, dandogli, come alla satira ed alla commedia, un contenuto morale e politico.


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